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Tempo fa vi ho parlato di come immagino la conversazione con mio figlio, quando un giorno mi chiederà com'è nato e io gli dovrò spiegare tutte le peripezie che abbiamo fatto per raggiungerlo... 

Oggi ospito un articolo sullo stesso tema scritto per il mio blog da Laura Marchesani (che ringrazio), CEO di Prepara

Come spiegare al proprio bimbo come è stato concepito?
La domanda prima o poi arriva, e le mamme, oggi giorno cercano di prepararsi per tempo a fornire la risposta adeguata. La questione però, già di per sé non semplicissima, si complica ulteriormente quando si tratta di un concepimento avvenuto in un laboratorio, e oltre ai protagonisti di sempre, il semino e l’ovetto, bisogna introdurre altri personaggi, come il medico o il biologo!

Ogni coppia infertile ha il “suo giorno”.
No, non mi riferisco alla data del primo appuntamento, o del primo bacio...

Parlo del giorno in cui ha ricevuto la diagnosi di infertilità; una diagnosi che equivale ad una sentenza, che condanna un uomo ed una donna ad un amore infruttuoso, ad un ventre vuoto; una sentenza che rende il futuro nebuloso e pauroso, che porta via la speranza.
 
Immagino che ogni coppia infertile rammenti perfettamente quel giorno.
Come potrebbe essere altrimenti?
La “sentenza” rappresenta una linea di confine tra i sogni e la paura, tra l'oggi e il domani, tra la vita e la morte dei sogni.
Io ricordo perfettamente ogni dettaglio di quel giorno.
Era il tredici gennaio del duemiladodici.
E sì, proprio oggi ricorre il sesto anniversario della nostra “sentenza”.
Durante gli anni di ricerca del mio bambino, avevo un sogno: essere chiamata mamma.
 
Immaginavo una vocina dolce e squillante che mi chiamava in continuazione...

Per molte donne talvolta è una tortura sentirsi chiamare di continuo, qualcuna addirittura vorrebbe che almeno per un giorno il proprio bambino diventasse muto...
 
(Probabilmente ignorando cosa significhi avere davvero un figlio che non parla).
 
Io sono mamma da tre anni, eppure non ho ancora realizzato il mio sogno.
 
Mio figlio non parla. No, non dice nulla. No, neppure "mamma" o "papà".
(Lo so che ve lo state chiedendo. E' una conversazione ormai che affronto ogni santo giorno!).
 
Quasi ogni giorno mi capita di scontrarmi con persone - sia uomini che donne - che non credono all'utilità di giornate come questa.
Vengo derisa quando dico che noi donne siamo molto spesso, quasi quotidianamente oserei dire, vittime di violenza. A casa, sul lavoro, per strada.
 
Violenza che non si traduce soltanto in stupri o molestie (di cui troppe volte noi stesse veniamo considerate come "causa"...), ma anche in situazioni molto più sottili, meschine, a volte difficili persino per noi stesse da comprendere, da cui è arduo difendersi.
Eppure, i dati ISTAT parlano chiaro, e dicono anche chiaramente che noi donne, di queste violenze, non amiamo parlare, perché troppo spesso ci vediamo puntare il dito contro (com'eri vestita? L'hai provocato?). Passiamo da vittime a carnefici.

E allora no, grazie. Preferiamo dimenticare. Preferiamo schierarci dalla parte degli uomini, denigrare e chiamare "puttane" le nostre stesse sorelle, adeguarci, adattarci, rassegnarci al ruolo di "angelo del focolare" sperando così di salvarci.
Niente di più sbagliato.
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