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Ogni coppia infertile ha il “suo giorno”.
No, non mi riferisco alla data del primo appuntamento, o del primo bacio...

Parlo del giorno in cui ha ricevuto la diagnosi di infertilità; una diagnosi che equivale ad una sentenza, che condanna un uomo ed una donna ad un amore infruttuoso, ad un ventre vuoto; una sentenza che rende il futuro nebuloso e pauroso, che porta via la speranza.
 
Immagino che ogni coppia infertile rammenti perfettamente quel giorno.
Come potrebbe essere altrimenti?
La “sentenza” rappresenta una linea di confine tra i sogni e la paura, tra l'oggi e il domani, tra la vita e la morte dei sogni.
Io ricordo perfettamente ogni dettaglio di quel giorno.
Era il tredici gennaio del duemiladodici.
E sì, proprio oggi ricorre il sesto anniversario della nostra “sentenza”.
Durante gli anni di ricerca del mio bambino, avevo un sogno: essere chiamata mamma.
 
Immaginavo una vocina dolce e squillante che mi chiamava in continuazione...

Per molte donne talvolta è una tortura sentirsi chiamare di continuo, qualcuna addirittura vorrebbe che almeno per un giorno il proprio bambino diventasse muto...
 
(Probabilmente ignorando cosa significhi avere davvero un figlio che non parla).
 
Io sono mamma da tre anni, eppure non ho ancora realizzato il mio sogno.
 
Mio figlio non parla. No, non dice nulla. No, neppure "mamma" o "papà".
(Lo so che ve lo state chiedendo. E' una conversazione ormai che affronto ogni santo giorno!).
 
Quasi ogni giorno mi capita di scontrarmi con persone - sia uomini che donne - che non credono all'utilità di giornate come questa.
Vengo derisa quando dico che noi donne siamo molto spesso, quasi quotidianamente oserei dire, vittime di violenza. A casa, sul lavoro, per strada.
 
Violenza che non si traduce soltanto in stupri o molestie (di cui troppe volte noi stesse veniamo considerate come "causa"...), ma anche in situazioni molto più sottili, meschine, a volte difficili persino per noi stesse da comprendere, da cui è arduo difendersi.
Eppure, i dati ISTAT parlano chiaro, e dicono anche chiaramente che noi donne, di queste violenze, non amiamo parlare, perché troppo spesso ci vediamo puntare il dito contro (com'eri vestita? L'hai provocato?). Passiamo da vittime a carnefici.

E allora no, grazie. Preferiamo dimenticare. Preferiamo schierarci dalla parte degli uomini, denigrare e chiamare "puttane" le nostre stesse sorelle, adeguarci, adattarci, rassegnarci al ruolo di "angelo del focolare" sperando così di salvarci.
Niente di più sbagliato.

“Mamma, come nascono i bambini?”

Resto immobile. Mi giro verso mio figlio, i suoi grandi occhi color nocciola, curiosi e innocenti, mi guardano. Sento le guance infuocarsi. Perché sono in imbarazzo? Sapevo che prima o poi questa domanda sarebbe arrivata!

Mi schiarisco la voce. Ho letto tanti libri che dovrebbero aiutare i genitori a spiegare ai figli il concepimento e la nascita di un bimbo. Dovrebbero.

In questo momento non ricordo un bel niente di quello che dovrei aver imparato. Così mi invento su due piedi una spiegazione decente e che, spero, possa appagare la curiosità di mio figlio.

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