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Ami correre.

Più di ogni altra cosa al mondo.

E sei pure brava. Hai grandi potenzialità. Chissà, potresti diventare una grande maratoneta, un giorno.

Hai intenzione di allenarti a fondo per riuscirci, perché questo è il sogno della tua vita.

Un giorno sei coinvolta in un incidente, senza averne alcuna colpa. Entrambe le gambe ti vengono amputate.

In un istante, la tua intera esistenza viene stravolta. I tuoi piani, annullati dal destino.

Sono molti gli argomenti tabù riguardanti la gravidanza e la maternità, argomenti sui quali non riceviamo informazioni sufficienti (spesso non sappiamo neppure della loro esistenza!); capita che neppure i professionisti siano preparati.

Durante la gravidanza, leggendo di qua e di là siti dedicati alla maternità, venni a conoscenza del baby blues. Non avevo idea di che cosa fosse, il nome mi suonava addirittura simpatico, ma questa condizione non la è affatto.

E non è neppure atipica, dato che colpisce circa il 50% delle donne che partoriscono!

Com'è possibile che nessuno ne parli? Che nessuno me ne abbia parlato durante la gravidanza? Né la ginecologa, né in ospedale, né al corso preparto... Neppure le amiche già mamme mi avevano parlato di questo. Forse non ne erano state colpite, o forse, semplicemente, con il passare del tempo avevano rimosso i ricordi di questo periodo difficile.

Oggi, 17 maggio, è la Giornata Mondiale contro l'Omofobia, e in occasione di questa importante ricorrenza voglio raccontarvi la storia di Lizzeth e della sua “famiglia arcobaleno”.

Qualche mese fa un post su Facebook di questa mamma è diventato virale, ed è stato addirittura ripreso da diverse testate giornalistiche.

Quello che è accaduto e che ha portato Lizzeth alla ribalta non dovrebbe avere nulla di così eclatante; eppure, pare che in Italia manchi ancora la completa comprensione e accettazione di tutti i differenti modelli di famiglia.

Lizzeth aveva semplicemente pubblicato una foto del diario di scuola del figlio, Miguel, 7 anni.

È da circa due anni e mezzo, ovvero dalla nascita del mio Roberto, che sto lavorando ad un romanzo autobiografico che parla della mia travagliata ricerca di un figlio.
Dato che non devo inventare niente, ma soltanto mettere in ordine e buttare giù i miei ricordi, direi che sto impiegando un po' troppo tempo per potarlo a termine...
Mi ripeto sempre che ho poco tempo, che tanto i ricordi sono indelebili e prima o poi lo finirò, ma sono solo scuse.
La verità è un'altra; sono consapevole, in fondo al cuore, di aver paura di pubblicare questo libro, di darlo in pasto al mondo, di mettermi a nudo davanti ad esso.
Negli ultimi anni diverse donne che, come me, hanno affrontato una diagnosi di infertilità, hanno deciso di condividere la loro battaglia, il loro dolore, tramite la scrittura.
Hanno dato voce alle loro più intime paure, sperando in questo modo non solo di liberarsi di un peso, ma anche di far aprire al mondo gli occhi davanti ad un problema che troppo spesso viene ignorato, minimizzato, deriso.
Il coraggio e la determinazione di queste donne mi ha dato il coraggio di rimettermi al lavoro per riuscire a terminare il mio libro.
Se non abbiamo paura di bucarci la pancia ogni sera fino a ridurla ad una forma di Emmenthal, di affrontare per anni ogni genere di analisi, operazioni, esami, per coronare il sogno di una famiglia... Beh, di certo non abbiamo paura di alzare la nostra voce!
Oggi condivido con voi un piccolo passaggio del mio libro, tratto da una pagina di diario che ho scritto ormai cinque anni fa. Tante cose sono cambiate da allora, la mia battaglia è terminata e ne sono uscita vincitrice, ma i ricordi di quegli anni sono veramente indelebili in me. Buona lettura.
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