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Durante gli anni di ricerca del mio bambino, avevo un sogno: essere chiamata mamma.
 
Immaginavo una vocina dolce e squillante che mi chiamava in continuazione...

Per molte donne talvolta è una tortura sentirsi chiamare di continuo, qualcuna addirittura vorrebbe che almeno per un giorno il proprio bambino diventasse muto...
 
(Probabilmente ignorando cosa significhi avere davvero un figlio che non parla).
 
Io sono mamma da tre anni, eppure non ho ancora realizzato il mio sogno.
 
Mio figlio non parla. No, non dice nulla. No, neppure "mamma" o "papà".
(Lo so che ve lo state chiedendo. E' una conversazione ormai che affronto ogni santo giorno!).
 
Quasi ogni giorno mi capita di scontrarmi con persone - sia uomini che donne - che non credono all'utilità di giornate come questa.
Vengo derisa quando dico che noi donne siamo molto spesso, quasi quotidianamente oserei dire, vittime di violenza. A casa, sul lavoro, per strada.
 
Violenza che non si traduce soltanto in stupri o molestie (di cui troppe volte noi stesse veniamo considerate come "causa"...), ma anche in situazioni molto più sottili, meschine, a volte difficili persino per noi stesse da comprendere, da cui è arduo difendersi.
Eppure, i dati ISTAT parlano chiaro, e dicono anche chiaramente che noi donne, di queste violenze, non amiamo parlare, perché troppo spesso ci vediamo puntare il dito contro (com'eri vestita? L'hai provocato?). Passiamo da vittime a carnefici.

E allora no, grazie. Preferiamo dimenticare. Preferiamo schierarci dalla parte degli uomini, denigrare e chiamare "puttane" le nostre stesse sorelle, adeguarci, adattarci, rassegnarci al ruolo di "angelo del focolare" sperando così di salvarci.
Niente di più sbagliato.

Io NON sono la mamma migliore che il mio bambino potrebbe avere.
 
A volte perdo la pazienza, e urlo, e poi mi odio per questo.

A volte assecondo i suoi capricci per sfinimento, mi arrendo, anche se so che non è un bene per la sua educazione.

A volte mi scordo di tagliargli le unghie.

Sono un disastro a seguire le indicazioni che mi da la logopedista.

A volte lo metto davanti alla televisione per farlo stare buono.
 
 

Quando era neonato ho seguito il consiglio della pediatra, gli ho dato l'aggiunta di latte artificiale nonostante sapessi che era la cosa sbagliata da fare.
Non ho cercato aiuto, mi sono arresa, anche se sarebbe stato meglio dargli il mio latte...
Ma ero stanca di provare e fallire, volevo riprendere il controllo del mio corpo...
 
Sono stata egoista. Mi sono arresa per me. Non per mio figlio. L'ho fatto per me.
 
La gravidanza non è sempre una “dolce” attesa. E non sempre è un'attesa che porta a qualcosa di meraviglioso, al miracolo della Vita.
 
Esiste un mondo sommerso, dimenticato, un mondo di cui le persone non vogliono parlare, un mondo che fa persino più paura di quello dell'infertilità.
È il mondo dei genitori degli angeli, bambini che hanno trovato la morte ancora prima di nascere, o a pochi giorni di vita.
 
Tragedie talmente assurde che nessuno ne vuole parlare. Nessuno le vuole accettare come se, fingendo che questi drammi non esistano, essi non accadano realmente...
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