È appena trascorsa la Pasqua, la più importante festa cristiana, la celebrazione della morte e della rinascita.

Anch'io sono morta e rinata. E oggi voglio parlarvi di questo.

Vi è mai successo di soffrire per l'assenza di qualcuno che non c'è mai stato...

Che non è mai esistito, se non nella vostra mente, nei vostri sogni?

 

Non conoscete questa sensazione, vi sembra addirittura assurda...?

Siete persone fortunate, allora.

Io ho dovuto convivere con questa sensazione per lungo tempo.

La persona di cui sentivo immensamente la mancanza era mio figlio.

Un figlio che non avevo mai conosciuto, se non nei miei sogni, ma che da sempre immaginavo e speravo di poter presto stringere a me.

Tante donne e tanti uomini devono ogni giorno sopportare un vuoto che la maggior parte delle persone non potrebbe comprendere. E allora sopportano silenziosamente, a testa bassa, quasi vergognandosi della loro sofferenza.

Io sono stata per anni una madre senza figli.

Il mondo è pieno di madri e padri senza figli!

Ero una madre, perché ho sempre avuto un forte istinto materno, ho sempre sognato una famiglia numerosa, sempre desiderato crescere una piccola creatura. Ho tante passioni, hobby, che riempiono la mia vita, ma la maternità è l'unico tassello della mia esistenza al quale ho sempre detto che non avrei mai e poi mai potuto rinunciare.

Mi sono sempre sentita “mamma”, anche quando quel figlio era solo un desiderio, un progetto.

Come fanno quasi tutte le coppie, io e mio marito abbiamo aspettato di avere entrambi un lavoro stabile e aver comprato una casa adatta prima di cercare di allargare la famiglia e realizzare il nostro desiderio.

Desiderio, non sogno.

Avere un figlio non è mica un “sogno”. I sogni sono altri.

Diventare un cantante famoso, per esempio. O fare il giro del mondo. Soggiornare nell'hotel più costoso della Terra. Vincere alla lotteria.

Desideri talmente ardui da realizzare da essere considerati, appunto, sogni.

 

Avere un bambino, beh, non è mica qualcosa di tanto difficile, no?

Anzi! È talmente semplice, che certe coppie calcolano con estrema precisione il giorno giusto in cui concepire, per fare in modo che il bambino nasca nel tal mese piuttosto che in quell'altro.

Mettere al mondo un figlio è un gioco da ragazzi, tanto che la maggior parte delle persone cerca in tutti i modi di evitare che succeda!

Perché proprio NOI avremmo dovuto faticare ad avere un bambino?

Proprio noi, che ci sentivamo destinati a diventare genitori?

Anche per noi sarebbe stato un gioco da ragazzi. Giusto? Giusto...?

Sbagliato.

I vicini di casa, i conoscenti, i parenti, gli amici, le cassiere del supermercato, hanno cominciato a “indagare” sul nostro desiderio di avere un bambino, con domande più o meno indiscrete, dal giorno successivo al nostro matrimonio.

È incredibile come, non appena due giovani si sposano, il mondo pensi che la loro vita sessuale diventi d'un tratto di domino pubblico!

È incredibile come la gente non si renda conto di essere inappropriata, invadente, cafona!

Di quanto le loro domande possano fare male, di quanto i loro sguardi penetranti possano ferire come lame taglienti...

Quel mondo che a tutti i costi ci voleva genitori al più presto, manco stessimo attentando al futuro dell'umanità, quel mondo ignorava che, in realtà, noi un figlio lo stavamo già cercando da tempo, da ben prima del matrimonio.

Ed era difficile rispondere a quelle domande così invadenti...

Se mentivo dicendo che non c'era fretta, o addirittura che non volevamo un figlio, dovevo sorbirmi lunghe filippiche sull' “orologio biologico che fa tic tac”, sui rimorsi che sicuramente avremmo avuto in futuro, e poi “chi ci avrebbe accudito, una volta anziani”? (Come se fosse per questo motivo che si mette al mondo un bambino... Per avere un/una badante gratuito/a!).

Se rispondevo sinceramente dicendo che ci stavamo provando, ma il figlio non arrivava, mi toccava ascoltare i più disparati consigli. “Non pensarci”, “Andate in vacanza”, “Fai un infuso di erba cipollina mista ad erba gatta e bevila in una notte di luna piena ballando il tip tap... Con la zia della cassiera del supermercato dove va mia cugina ha funzionato!”

Quelle domande insinuarono in me il dubbio.

Il dubbio che ci fosse qualcosa che non andava, in noi.

Mi sembrava impossibile. Insomma, di certo era solo questione di tempo...

Perché avremmo dovuto avere un problema?

Perché sarebbe dovuto capitare proprio a noi?

 

Per sentirmi più tranquilla, prenotai una visita ginecologica. Era la seconda volta nella mia vita che ci andavo.

Non potevo ancora sapere che negli anni successivi avrei visto più quella donna di mia madre.

Che avrei aperto le gambe davanti a degli sconosciuti più di una navigata prostituta.

 

La dottoressa ci prescrisse un'infinità di esami di coppia.

Rivoltarono me e mio marito come calzini, con esami di ogni tipo, dal nome impronunciabile e incomprensibile.

 

E poi, arrivò la sentenza.

Non sono mai riuscita a rispondere a quella domanda che ancora oggi mi tormenta... “Perché proprio a noi?”

Non so neanche se esista, una risposta.

Però, eravamo stati condannati.

Da quale tribunale, non lo so.

So solo che non c'era possibilità di appello.

 

Il giorno venerdì tredici gennaio 2012, io sono morta.

Sono morta nel momento esatto in cui il medico, dopo aver visionato i risultati delle nostre mille analisi, pronunciò queste crudeli parole: “Mi dispiace, ma voi non potete avere figli in modo naturale.”

Non entro nel merito della patologia colpevole di tutto questo, perché non ha importanza, vi annoierei con questioni mediche di dubbio interesse.

 

Quel giorno iniziò il nostro calvario.

Le visite, gli accertamenti, gli esami.

La scelta della clinica da cui farci seguire.

I tentativi di fecondazione assistita.

Sì, al plurale, perché, anche se noi credevamo che sarebbe stato tutto semplice, che la scienza avrebbe fatto il miracolo, che in quattro e quattr'otto avremmo stretto nostro figlio, dal giorno della nostra condanna trascorsero anni.

Anni durante i quali dovevamo vivere, nonostante tutto, nonostante il mio ventre vuoto, le nostre braccia vuote, la cameretta destinata a quel figlio immaginato che si riempiva di polvere, e cianfrusaglie, e lacrime, e sogni infranti.

Anni in cui gli amici con figli ci dicevano “beati voi che non avete vincoli e potete divertirvi!”, anni in cui gli amici che di figli non ne volevano ci compativano per la nostra assidua ricerca, anni in cui i vicini di casa ammettevano candidamente di essere sorpresi dal fatto che non avessimo bambini, e dicevano di guardarmi la pancia ogni volta che mi incrociavano per vedere se cresceva (!!!), anni di bugie sul lavoro per ottenere permessi per le visite mediche, anni a sopportare le domande curiose dei colleghi, anni in cui i pochi che “sapevano” si permettevano di ergersi a medici, a giudici, a condannare la nostra scelta “contro Natura”, a sputare sentenze...

Il mondo ha sempre faticato a capire, a capirci.

C'era chi ci domandava, con fare supponente, perché non adottassimo un bambino. Come se adottare fosse la “seconda scelta”, il “piano B” riservato agli sfortunati, infertili come noi! Come se chi ha il corpo perfettamente “funzionante” non potesse decidere di accogliere un bambino!

In realtà, di adozione ne abbiamo parlato, e parecchio, io e mio marito.

Abbiamo anche deciso di iniziare il percorso, e a quel punto sono arrivate le critiche di chi non capiva perché non provavamo ancora con la PMA, le critiche di chi non capiva come avremmo potuto accogliere uno “sconosciuto” che non “c'entrava nulla con noi”!

La gente non è mai soddisfatta. Vuole sempre puntare il dito. Avere qualcosa da dire. Di cattivo, possibilmente.

Critiche, giudizi, sentenze.

In pochi furono capace di fare l'unica cosa che avremmo desiderato: abbracciare i nostri corpi vuoti, riscaldarli, donarci un po' di affetto, ché di sentenze ne avevamo già avute abbastanza.

Furono anni in cui la mia pancia si trasformò in una forma di Emmenthal, a furia di iniezioni di ormoni, anni in cui il mio ventre si riempì, e si svuotò immediatamente, ma non mi era concesso soffrire per queste perdite. Per il mondo, i miei bambini non erano mai esistiti, erano soltanto embrioni, “ammassi di cellule”.

Poco importa se in quelle cellule avevamo riposto tutti i nostri sogni, speranze, amore.

Poco importa se per noi erano già figli.

 

Non vi annoierò con il racconto delle nostre disavventure mediche, degli interventi, della sofferenza fisica unita a quella dell'animo, dei fallimenti, dei rischi legati all'assunzione di ormoni...

In fondo, potrei stare anche ore a scriverne, ma solo chi c'è passato può capire.

 

Ma ne è valsa la pena. Tutto quanto. Ogni singola iniezione, ogni pianto, tutto.

Tutto quello che abbiamo fatto è contro Natura? Da egoisti? Non lo so, può essere.

Siamo stati egoisti come tutti coloro che decidono di mettere al mondo un figlio.

Solo che per noi è stato... Leggermente più difficile riuscirci, diciamo così.

Non so per quale motivo la Natura abbia deciso di ostacolarci in questo modo. So, però, che noi non potevamo fare altro che combattere contro una sentenza ingiusta, insensata, incomprensibile.

Sì, l'abbiamo combattuta, in un certo senso siamo andati “contro” di Lei, come fa ogni essere umano in tanti altri frangenti della vita...

Non andiamo forse sempre contro a ciò che riteniamo ingiusto?

Ne è valsa la pena, combattere con tanta determinazione.

Perché il mio corpo è nato per accogliere e dare la vita. Perché io ero una madre senza figli che, quel figlio, lo desiderava più di qualsiasi altra cosa al mondo.

 

Sono rinata il 19 marzo del 2014, quando finalmente sul test di gravidanza sono apparse due linee.

Sono rinata quando le analisi del sangue hanno confermato la gravidanza.

Sono rinata quando ho comunicato la lieta notizia ai colleghi.

Sono rinata quando la pancia ha iniziato ad essere evidente.

Quando ho potuto ascoltare per la prima volta il battito di mio figlio.

Quando sono andata in ospedale per partorire, e ancora non credevo che stesse succedendo davvero... Che stesse succedendo a me.

Sono rinata quando ho stretto mio figlio appena nato.

Ogni giorno, da quel 19 marzo, io rinasco.

 

Rinasco nel sorriso di mio figlio, rinasco ogni volta che ci addormentiamo abbracciati, rinasco quando lo guardo e penso che, se è vero che ogni nuova Vita è un miracolo, la sua lo è un pochino di più. Almeno per me.

Perché ogni giorno penso che sia un miracolo, e un grande onore, che questo ventre “fallato” abbia potuto mettere al mondo una creatura così meravigliosa...

 

P.S. Non è facile per me aprirmi e affrontare questo argomento, renderlo pubblico...

Non è la prima volta che ne parlo sul web, ma l'ho sempre fatto protetta da un nickname.

Se ho deciso di parlarne, qui, ora, è semplicemente perché penso che la mia storia possa essere di aiuto ad altre persone, e per dimostrare, a chi ancora crede il contrario, che non c'è nulla di cui vergognarsi nell'affrontare una diagnosi di infertilità, in qualunque modo una coppia decida di affrontarla.

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