È da circa due anni e mezzo, ovvero dalla nascita del mio Roberto, che sto lavorando ad un romanzo autobiografico che parla della mia travagliata ricerca di un figlio.
Dato che non devo inventare niente, ma soltanto mettere in ordine e buttare giù i miei ricordi, direi che sto impiegando un po' troppo tempo per potarlo a termine...
Mi ripeto sempre che ho poco tempo, che tanto i ricordi sono indelebili e prima o poi lo finirò, ma sono solo scuse.
La verità è un'altra; sono consapevole, in fondo al cuore, di aver paura di pubblicare questo libro, di darlo in pasto al mondo, di mettermi a nudo davanti ad esso.
Negli ultimi anni diverse donne che, come me, hanno affrontato una diagnosi di infertilità, hanno deciso di condividere la loro battaglia, il loro dolore, tramite la scrittura.
Hanno dato voce alle loro più intime paure, sperando in questo modo non solo di liberarsi di un peso, ma anche di far aprire al mondo gli occhi davanti ad un problema che troppo spesso viene ignorato, minimizzato, deriso.
Il coraggio e la determinazione di queste donne mi ha dato il coraggio di rimettermi al lavoro per riuscire a terminare il mio libro.
Se non abbiamo paura di bucarci la pancia ogni sera fino a ridurla ad una forma di Emmenthal, di affrontare per anni ogni genere di analisi, operazioni, esami, per coronare il sogno di una famiglia... Beh, di certo non abbiamo paura di alzare la nostra voce!
Oggi condivido con voi un piccolo passaggio del mio libro, tratto da una pagina di diario che ho scritto ormai cinque anni fa. Tante cose sono cambiate da allora, la mia battaglia è terminata e ne sono uscita vincitrice, ma i ricordi di quegli anni sono veramente indelebili in me. Buona lettura.
2012, maggio.
Mi rendo conto che la mia ricerca di un figlio sta diventando un'ossessione. Ma come potrebbe essere altrimenti? È il mio pensiero fisso. Le mie giornate ruotano attorno ad analisi, esami, visite mediche per riuscire a concepire un bambino. Come potrei non pensare a quel figlio, se la paura di non riuscire mai ad abbracciarlo mi perseguita?

È un terrore che non mi abbandona mai. Non è una paura irrazionale o stupida; è una sensazione reale, concreta, vicina... Come uno spettro che mi segue ovunque vada, dal quale non posso fuggire; uno spettro che notte e giorno mi sfiora l'anima con le sue mani gelate.
E anche quando riesco ad ingannare la paura, a nascondermi da questo spettro, a vivere la mia vita e respirare aria fresca, ci pensano loro a farmi tornare alla realtà, a ricordarmi quello che più manca nella mia esistenza.
Le mamme. Sono ovunque. Ovunque!
Ad ogni angolo della strada incontro una donna col pancione, oppure una mamma che tiene per mano i suoi bambini.
Forse queste donne hanno addirittura calcolato il tempo che doveva trascorrere tra una gravidanza e l’altra… E, chissà, magari sono pure amareggiate dal fatto che il secondo figlio sia stato concepito in autunno piuttosto che in inverno!
Sono ovunque! Al supermercato, in ufficio, alle poste, al pub, al ristorante stellato, alla trattoria sotto casa, ovunque!
Non mi danno un attimo di tregua! Potete sparire almeno per un giorno, per favore? Almeno per un giorno potete cancellare dalla mia mente il pensiero che tutte le donne siano mamme, tranne me?
Quando le incontro, non posso distogliere lo sguardo. È più forte di me. Osservo con morbosa attenzione la donna che si accarezza il pancione. Cerco di leggere nella sua mente, di immedesimarmi in lei. Mi chiedo cosa si provi, a portare una vita nel proprio grembo... Mi chiedo se proverò mai questa sensazione.
Guardo la mamma che passeggia con suo figlio. Chissà com'è la sensazione di stringere una piccola mano nella tua... Una mano morbida, calda, che si fida di te, che si lascia guidare da te.

Guardo queste donne con un misto di invidia, rabbia, odio e tenerezza. Le guardo e penso che non hanno nessuna colpa per quello che il destino mi ha riservato.
Penso che non mi stanno rubando nulla. Penso che, anche se non pianificassero alla perfezione la gravidanza, anche se non fossero in grado di concepire con la stessa facilità con cui respirano, anche se non si lamentassero perché hanno avuto un maschio anziché una femmina, o viceversa... Non cambierebbe niente.
Io sarei comunque vuota, le mie braccia resterebbero vuote, il mio cuore vuoto.
Penso tutto questo, ma non riesco a fare a meno di odiarle, anche se non lo meritano, anche se non ha senso e non serve a nulla, se non ad ingrigire ancora di più il mio animo.
 
E poi ci sono loro. Noi. Le donne invisibili.
Le donne invisibili sono quelle che desiderano con tutto il cuore, con tutto l’animo, avere un figlio, ma a cui la Natura ha deciso di negare questo dono.
Donne che potrebbero essere ottime madri, se soltanto il destino desse loro questa opportunità.
Donne che frequentano l’ospedale più di un ottantenne pieno di acciacchi.
Donne costrette a mentire al lavoro per prendere ore di permesso per fare analisi del sangue, imbarazzanti visite ginecologiche, esami dai nomi più strampalati di cui il medico di famiglia sbaglia persino a scrivere la prescrizione, tanto sono assurdi!
Donne abituate a spalancare le gambe davanti a sconosciuti più di una navigata prostituta, dall'incredibile numero di visite ginecologiche che devono sopportare.
Donne che, se osano confessare alla persona sbagliata il proprio problema, si devono sorbire consigli non richiesti, giudizi morali, critiche...
Donne costrette a sorridere, mordendosi la lingua, davanti all’ennesimo annuncio di gravidanza.
Donne che ogni giorno cercano di sorridere, anche se imbottite di ormoni che le rendono nevrotiche.
Donne che sentono un colpo al cuore ogni volta che passano davanti ad un negozio per bambini.
Donne che fanno dieci test di gravidanza ogni mese, conoscendo già il risultato.
Donne che vivono, nonostante tutto.

Anche loro sono ovunque. Noi siamo ovunque. Eppure il mondo non ci vede! In pochi conoscono ciò che ci tormenta, perché sappiamo che sono rare le anime gentili che possono comprendere il peso del vuoto che portiamo dentro di noi.
Chi ci incontra per strada ci vede come donne ordinarie, forse persino felici. C’è addirittura chi ci invidia!
Persino certe mamme ci invidiano. Perché noi donne invisibili possiamo viaggiare, andare fuori a cena, permetterci gite fuori porta, il tutto senza marmocchi tra i piedi.
Il problema è che noi non sogniamo altro che avere la routine sconvolta da marmocchi; i viaggi, le cene, le gite, sono solo dei modi per riempire il vuoto che sentiamo dentro… Un vuoto che nessuno vede, che nessuno vuol vedere.
Perché noi donne invisibili siamo forti, mascheriamo il nostro dolore. Sappiamo benissimo che il mondo non desidera vedere la sofferenza, che preferisce coprirsi gli occhi davanti ad essa. Il dolore non va mai di moda; il dolore è scomodo, insopportabile, antipatico.

Anche noi donne invisibili siamo ovunque.

Siamo quelle che si toccano il petto quando passiamo davanti ad un negozio per bambini, siamo quelle che rallentano il passo incrociando una donna incinta, che si accarezzano la pancia piatta senza alcun apparente motivo, quelle che ogni mese vanno in farmacia a comprare l'ennesimo test di gravidanza, e si vergognano, perché sanno che sarà per la centesima volta negativo.
Siamo donne costrette a sentirci in colpa per il nostro stesso dolore. Non raramente ci sentiamo ripetere: “Non piangere, non è mica la fine del mondo non poter avere figli! Non è come avere una grave malattia! Non farne una tragedia!”
E non possiamo fare altro che arrossire, abbassare il capo e annuire, mentre dentro vorremmo urlare.

Urlare fino ad obbligare il mondo a vedere il nostro vuoto, ad accettarlo, anziché cercare di tenerci nell'oblio.
Urlare e dire che nessuno può mettere a tacere il nostro dolore, che non siamo egoiste, siamo solo donne che sognano di dare la vita ad un altro essere umano... E non possiamo sentirci in colpa per questo!
E allora, urliamo.
Saremo anche difettose, ma abbiamo la voce, eccome se l'abbiamo!

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