Oggi, 17 maggio, è la Giornata Mondiale contro l'Omofobia, e in occasione di questa importante ricorrenza voglio raccontarvi la storia di Lizzeth e della sua “famiglia arcobaleno”.

Qualche mese fa un post su Facebook di questa mamma è diventato virale, ed è stato addirittura ripreso da diverse testate giornalistiche.

Quello che è accaduto e che ha portato Lizzeth alla ribalta non dovrebbe avere nulla di così eclatante; eppure, pare che in Italia manchi ancora la completa comprensione e accettazione di tutti i differenti modelli di famiglia.

Lizzeth aveva semplicemente pubblicato una foto del diario di scuola del figlio, Miguel, 7 anni.

Sulla pagina dedicata ai dati personali, nello spazio destinato alla “firma dei genitori”, il bambino aveva barrato la suddetta dicitura scrivendo, al suo posto: “firma delle mamme”.

Nel suo post Lizzeth aveva commentato il fatto con orgoglio, dicendo che si trattava di «Un gesto semplice che fa capire come i più piccoli comprendano la realtà senza distorsioni, a differenza di noi adulti».

Già, perché Miguel ha, in effetti, due mamme. Lizzeth, mamma biologica, e Nathally, la sua compagna. Sono queste due donne a prendersi cura di lui, a portarlo a scuola, ad accudirlo.... A fare ciò che fanno tutti i genitori, insomma.

Com'è facile immaginare, il post, una volta diventato virale, ha suscitato molte reazioni sul Web, non tutte positive. Tante altre persone, invece, come la sottoscritta, hanno apprezzato il post in questione e hanno deciso di continuare a seguire Lizzeth e i racconti di vita che condivide ogni giorno sul suo profilo Facebook.

Lizzeth non racconta soltanto la sua quotidianità insieme al figlio e alla compagna; con il passare del tempo, seguendo i suoi post, ho scoperto una persona veramente interessante.

 

Lizzeth è molto attenta ai temi dell'omofobia, della discriminazione di genere e razziale, e per questo ha fondato un movimento, “The Colors of True Love”.


Come si legge sulla loro pagina FB, The Colors Of True Love (TCOTL) nasce da un’idea di Lizzeth Velarde, una madre bisessuale di seconda generazione (Perù), come movimento per la lotta contro la discriminazione di ogni tipo.

Lizzeth organizza spesso viaggi insieme al figlio, di cui rende partecipi i suoi amici su FB attraverso colorati racconti e bellissime foto; nella sua casa ospita viaggiatori da ogni parte del mondo. Inoltre, non solo per arrotondare lo stipendio, ma anche per passione, si dedicata a lavori teatrali, organizzazione viaggi, e si presta come guida per gruppi turistici di ragazzi.

 

Insomma, una persona piena di sfaccettature, di interessi e di vita da raccontare.

Quando le ho chiesto di poterla intervistare, sono stata molto felice di ricevere una sua risposta positiva. Credo che sia molto importante far conoscere realtà familiari diverse dall'ordinario, in modo da far cadere le barriere di paura verso chi è differente da noi... Scoprendo che alla fine, in fondo, tanto differente non lo è affatto!

 

Ciao Lizzeth, grazie per aver accettato di condividere la tua storia con noi. Prima di tutto, ti chiedo: che cosa hai pensato quando il tuo ormai famoso post su Facebook è diventato virale? Te lo aspettavi?

Ciao Eleonora! Beh, sicuramente non me l’aspettavo. Pubblico moltissime cose riguardo mio figlio e le sue piccole lotte quotidiane, eppure in passato non era mai successo. Ricordo che quando ho postato quella foto, ho chiuso Facebook e sono andata a letto. Solo il giorno dopo ho notato tutte le condivisioni e i messaggi in privato da persone che mi insultavano, che si complimentavano e da persone che volevano scrivere di noi.

Inizialmente sono stata un po’ infastidita dalla pubblicazione delle foto di mio figlio e il link rimandante al mio profilo da parte di alcune testate, senza che me ne fosse stata chiesta l'autorizzazione. Poi, però, mi sono tranquillizzata ricordando che ciò che non dovrebbe creare clamore, è bene che a volte lo faccia. Se avessi pensato in maniera individuale sarei stata sempre arrabbiata per lo stress che un post virale comporta, ma alla fine ho deciso di pensarla “alla Liz” e dunque alla comunità, a quelle persone che non sanno, che ci devono sbattere la testa per capirlo che anche se siamo tutti diversi, siamo comunque tutti uguali.

Ho ricevuto messaggi di persone eterosessuali e non, che mi ringraziavano, che mi sostenevano, di persone che mi chiedevano di continuare ad essere visibile perché la visibilità mi avrebbe aiutato a portare avanti alcuni miei obiettivi in tema di diritti.

Tu vivi in Italia, a Milano, ma sei di origini peruviane. I tuoi genitori si sono trasferiti qui per motivi lavorativi? Ricordi di aver incontrato difficoltà durante la tua infanzia, per il fatto di essere di origini straniere?

Le storie d’immigrazione sono sempre lunghe e complicate. Mia madre per diversi motivi scappò di casa a 17 anni dal Perù e venne in Italia. Per i successivi 6 anni lavorò a Milano e Napoli, per poi tornare in Perù, aprire un ristorante, iscriversi all’università, trasferirsi a Lima, conoscere mio padre e restare incinta di me. Ed ecco al mondo Liz, prima nipote dei Velarde Zanelli e seconda dei Garcia Rodriguez.

Quando avevo 3 anni mia madre decise di tornare in Italia lasciandomi in Perù con mio padre. Fu a 9 anni e mezzo, il 15 gennaio 1997, che arrivai in Italia per raggiungere mia madre.

Iniziai a frequentare la 4^ elementare nella scuola “Muzio” di Milano. Fu drammatico! Non capivo quasi nulla di ciò che veniva detto, ma vedevo e sentivo bene gli sguardi e i toni di diffidenza e astio.

Ricordo che la maestra Lina chiese a Giulia di "aiutarmi". Giulia mi istruiva riguardo le regole, aule e nomi di maestri della scuola. Aveva una cara amica che era una nostra compagna di classe. Perché mi odiasse non l'ho mai capito, e dopo qualche anno ho scoperto che non lo sapeva nemmeno Giulia.

Per tale amica io ero la causa di tutte le disgrazie sue o della classe, mi accusava di qualunque cosa. Piangevo in bagno, quando tornavo a casa, per non far capire nulla a mia madre.

Questa ragazza appariva un angelo agli occhi di tutti, eppure grazie a lei imparai le parolacce e gli insulti peggiori in italiano. Il momento che ancora oggi ricordo come se fosse ieri fu quando questa “amica” di Giulia, davanti ad entrambe, mentre eravamo sedute in classe, ruppe il suo righello in 2 pezzi e alzò la mano dicendo: "Maestra, Velarde mi ha spezzato il righello!”

"No es vero. Yo no he sido".

Giulia disse di non aver visto niente (non era vero, dopo qualche anno rividi Giulia e si scusò per non aver detto la verità) e così tornai a casa con una nota e da allora i compagni mi guardarono con ancora più diffidenza.

Quel giorno conobbi l'omertà, il razzismo e la mancanza d'indagine che, non a caso, è anche ciò che governa il nostro bel Paese. Quel giorno però capii anche che l'ignoranza è proprio una brutta bestiaccia. Sì, perché se solo io avessi conosciuto la lingua mi sarei potuta difendere. Ero qui da tre mesi e, nonostante mia madre e il suo compagno mi parlassero solo e rispettivamente in italiano e milanese, in momenti di tensione non ero ancora in grado di esprimermi in maniera disinvolta.

Quel giorno, dopo aver preso una sostanziosa dose di botte da mia madre per un righello che non avevo rotto, presi il dizionario di italiano e iniziai a leggerlo. Avevo fame di parole.

Volevo parole con cui poter dire "basta", parole con cui poter denunciare alcuni abusi. E così da quel giorno ogni sera, in bagno, iniziai a studiare l'italiano.

In 5^ elementare cambiai scuola e i maestri erano sorpresi da come in 9 mesi avessi imparato l'italiano abbastanza da farmi capire. Lì la situazione fu leggermente più tranquilla. In classe c'erano altre seconde generazioni, anche se solo io ero nata all'estero ed ero appena arrivata.

Vuoi perché ero nuova, o perché mia madre mi mandava a scuola con la pelliccia, o semplicemente perché alcune bambine erano cresciute da persone ignoranti, fatto sta che non mancarono tre compagne -tra cui una seconda generazione - a prendermi di mira per stupidi motivi. Mia madre era divorziata (dunque non si era saputa tenere il marito), vestivo come un'anziana signora appena uscita da una boutique di via Montenapoleone, ascoltavo gli 883, Battisti, Mina, e non Britney Spears, Backstreet Boys e altri gruppi di cui non so nemmeno scrivere il nome.

Alle medie andò meglio, i miei compagni erano per lo più figli di professionisti con la passione per la multiculturalità, la giustizia e tutt'altro che di destra. Fu lì che iniziai INTERIORMENTE a sentire molta voglia di sapere, di lottare contro le ingiustizie. Erano solo pensieri, però, finché ho vissuto con mia madre non ho potuto sviluppare nessuno dei miei interessi; secondo lei sarebbe bastata una spilletta con falce e martello sullo zaino per essere attaccata per strada da qualche fanatico.

Alle superiori ho frequentato 3 differenti scuole. Prima per una questione d'indirizzo e poi perché mi ritirai per un periodo dopo la quarta e tornai a scuola da madre in un altro quartiere. Nelle succursali del Carobbio e di Sempione frequentai un istituto turistico.

Questa volta ero io ad essere sorpresa da tanti diversi colori e accenti tutti insieme. Era una scuola composta praticamente tutta da seconde generazioni, molti erano figli di migranti meridionali che erano venuti a cercare fortuna a Milano e altri figli di migranti da TUTTO il mondo. Nominatemi un Paese e nella mia scuola c'era.

E, indovina? Le seconde generazioni meridionali mi deridevano per i lunghi gonnelloni, le collane, i mille anelli e bracciali che indossavo. Avevo imparato un'ottima tecnica per non apparire come un'anziana di Montenapoleone: modificavo i vestiti e ci scrivevo frasi "di lotta" per non sembrare una vecchia e per sentirmi più “me stessa”, pur non potendo decidere che vestiti comprare.

Risultato: "zingara"!

Sgambetti perché ero una zingara. Spintoni perché avevo i voti più alti ed essendo solo una “negra”, non me lo potevo permettere.

Le seconde generazioni sudanericane iniziarono a prendemri di mira perché non parlavo in spagnolo con accento latino, non frequentavo sudamericani (per la verità non frequentavo nessuno!), non ballavo perreo, ma soprattutto non volevo entrare nelle bande sudamericane.

Sono addirittura stata rincorsa da una ventina di giovani esaltati che brandivano bottiglie rotte perché avevo denunciato alla polizia che nella mia scuola c'erano membri, anche italiani autoctoni, appartenenti a bande latino americane.

Insomma, negli anni di scuola ho visto con i miei occhi le conseguenze della mancanza di un buon programma d'integrazione sociale per i giovani.

Spesso ci raccontano fatti di cronaca che vedono come brutti e cattivi protagonisti, giovani seconde generazioni. Il popolo inizia ad additare, ma non pensa. Spesso le famiglie di questi ragazzi, per poterli mantenere, non li seguono. Madri che lavorano facendo le pulizie o accudendo anziani e tornano a casa solo il weekend; padri che fanno lavori notturni e dunque tornano a casa quando i figli escono per andare a scuola e s'incamminano verso il posto di lavoro quando i figli rientrano.

È qui che dovrebbe entrare in gioco l'organizzazione, il progetto d'integrazione. Non basta aprire un centro. Servono guide e insegnanti ed educatori formati alla diversità.

Tuo figlio, Miguel, che ora ha sette anni, è frutto di una tua passata relazione con un uomo. Ti chiede mai informazioni sul padre? Che cosa rispondi, cerchi di essere onesta o lo vuoi proteggere dalla realtà?

Beh, Miguel ha conosciuto suo padre. Sa che il padre lo amava e che purtroppo è morto. Sa che la mamma è sempre stata bisessuale e che il padre lo ha sempre saputo -infatti fu proprio una donna, mia "ex fiamma", a presentarmi Davide.

Miguel non vede Nathally come una figura sostitutiva del padre. Lui, come dicevo, sa di aver avuto un padre e una madre e che poi è arrivata Nathally, che lui in casa chiama per nome nella maggior parte dei casi, ma che agli altri presenta come sua mamma.

"Io ho due mamme e un papà in cielo" dice spesso.

 

Quando e come ti sei resa conto di essere bisessuale? Da ragazzina avevi già intuito capito di essere attratta da entrambi i sessi o è stata una consapevolezza maturata più avanti?

Sì Ele, ho sempre saputo di essere bisessuale. Ricordo che già all’asilo, invece di guardare i bambini, guardavo le bambine. Non ci facevo caso, credevo fosse ammirazione ed ho continuato a crederlo per molti anni. A 12 anni il primo bacio in bagno a una compagna di classe – oggi sposata con un uomo – con conseguente denuncia da parte di altre compagne alla vicepreside. Poi nulla di reale fino ai 19 anni. Fino ad allora infatti mi ero limitata a conoscere ragazzi, nonostante nel mio profondo fossi già attratta dalle donne.

Quando avevo 19 anni una mia ex collega, Lucia, di circa 10 anni più grandi di me, iniziò a parlarmi di bisessualità. Lei conviveva con un uomo. Io sarei diventata la sua amante.

Mentre studiavo lavoravo in un call center molto gayfriendly; quando un giorno lei mi accompagnò al lavoro e mi baciò per la prima volta, per giunta davanti al mio capo, io mi sentì svenire. La prima reazione fu: “Wow, ecco come deve essere un bacio, ecco cosa devo sentire!” e poi “Oddio, e ora? Che tipo di malattia ho? La gente dice che queste cose non sono naturali. Ora, oltre che inca-europea, pure lesbica?”

Quel giorno non lavorai, mi tormentai per quasi 4 ore finchè arrivai ad una conclusione.

È bella, mi piace baciarla, non mi ha obbligata e non mi manca di rispetto. Se sono felice non può essere così sbagliato.”

Questa clandestina e intensa relazione con Lucia si concluse velocemente, ma mi aprì la via verso la...

F-A-V-O-L-O-S-I-T-A’!

Dopo questa rottura decisi di continuare a sperimentare il sesso tra donne ed è stato proprio tra un esperimento e l’altro con Maria, una donna di 18 anni più grande di me, che conobbi Davide, un suo amico. Io e Davide diventammo inseparabili, è l’unico uomo che posso dire di avere davvero amato, anche se l’emozione che provo con una donna, sia come felicità che come sofferenza dopo una rottura, non è minimamente paragonabile, non so il perché.

Mi fidanzai con lui, ma non riuscivo a smettere di pensare al mio orientamento. Stare con le donne mi piaceva; le donne, la loro mente, mi piacevano, quindi di certo non ero etero.

Mi piaceva anche Davide, però, quindi non ero lesbica. Assodata la mia bisessualità, continuavo a sentire che qualcosa mancava.

Dopo la nascita di Miguel tornai a scuola per frequentare la 5^ superiore e diplomarmi. Fu lì che conobbi Valentina, la mia compagna di banco e la musa che ispirò il mio tema d’italiano sull'amore per la maturità. In questo modo feci coming out.

Subito dopo l’esame mi ubriacai (e io non bevo!) perché avevo litigato con Valentina: i suoi genitori erano cattolici, io vivevo con un uomo e avevo un bimbo, i pregiudizi altrui l’assalivano e così la relazione finì rapidamente come era iniziata, ma capii che quella era la mia strada.

Con Davide c’erano già dei problemi, quindi anche se fossi stata etero non avrei sicuramente continuato a stare con lui. Ad aprile 2012, ero a letto con Davide, stavamo per fare l’amore e io vidi una bellissima ragazza alla televisione. Si chiamava Gaia ed era appena uscita da un programma chiamato “Grande Fratello”.

Wow, che bella” pensai, nonostante le bionde non siano proprio il mio tipo, “devo conoscerla.

Così non feci più l’amore con Davide, il giorno dopo cercai tutto ciò che riguardasse questa donna e in poche ore riuscì ad ottenere dei biglietti gratuiti per i The Club di Milano. Conobbi Gaia, la sua pazzia e i suoi consigli.

Consigli preziosi che mi fecero capire che meritavo di essere rispettata e di essere felice. Rispettata, questa fu la parola chiave. Mi duole dirlo ma dal mio compagno non ero affatto rispettata e così decisi di segnalare a chi di dovere e… Diedi la vuelta a la tortilla!

A fine maggio 2012 mi separai da Davide, a settembre Davide venne a mancare e io feci il secondo e chiassoso coming out sui social network alla faccia di qualche ex compagn* di classe bigott* e a dicembre fondai The Colors Of True Love.

Insomma, mi sono veramente capita come persona: donna, madre, bisessuale, di seconda generazione italo-peruviana e femminista, esattamente mentre decidevo di diventare attivista. Decidevo? Non l’ho deciso in realtà, ho sentito che fosse la cosa giusta da fare e continuo a pensare che tutti, ogni giorno, dovremmo essere attivisti.

La tua famiglia come ha reagito alla notizia della tua relazione con Nathally?

La mia famiglia? Ehm… La mia famiglia era Miguel e ora sono Miguel e Nathally. Un bambino è felice solo quando lo è la sua mamma e lui infatti l’ha subito accolta molto bene.

Come è avvenuto l'inserimento di Nathally nella tua casa, e come ha reagito Miguel?

Nathally provò ad avvicinarsi a me a inizio 2013, ma passò molto tempo prima che potessimo davvero incrociarci. Io ero fidanzata, quando non lo ero io era lei ad essere invaghita di un’altra. Poi l’ultima volta che tornai con Martha, la mia ex, dopo quasi due anni di tira e molla, capii che Nathally m’interessava davvero.

Io e Nat iniziammo a sentirci assiduamente e in due occasioni tra novembre e dicembre ci incontrammo da sole all’insaputa di tutti. Il 15 dicembre 2014 ci baciammo e poi tutto il resto lo fece il destino. Dopo quel bacio ero disperata; la volevo, ma non volevo chiudere con la mia ex, non volevo ferire Miguel e avevo anche paura che con Nathy non funzionasse e che tutto si rivelasse un inutile casino.

Martha il 18 dicembre partì per il Brasile e fu allora che avvenne tutto. Chiesi a Nat di passare con noi il Natale. Il 24 dicembre, dopo la nostra prima cena italo-peruana-brasileira insieme, Miguel ci disse qualcosa d’innaspettato. Mi guardò, guardò i miei occhi pieni di amore e gratituidine verso Nathally e guardò Nathally e il suo sguardo sereno in mezzo a noi e poi disse: “Nathally, vuoi dare un bacio alla mia mamma? Se vuoi puoi.”

Fino a quel momento non avevamo detto nulla a Miguel, per lui eravamo amiche, e mai avevamo mostrato alcuna effusione davanti a lui. Dopo l’apertura dei regali chiese a Nathally: “Un giorno ti sposi con mia madre?”

Nathally non è mai più andata via, o meglio, siamo andati via tutti insieme in una nuova casa.

I compagni di scuola e gli insegnanti di Miguel sono al corrente della vostra situazione famigliare? Ti ha mai riferito di aver subito discriminazioni o atti di bullismo?

I compagni e la scuola elementare di Miguel sono perfettamente al corrente di tutto. Discriminazioni? Sì, da quale inizio?

Miguel è stato preso in giro da un bambino perché ha due mamme, i compagni ripetono ciò che dicono i propri genitori, ovvero che avere due mamme è strano, e viene preso in giro per la sua bambola Rosina e per le sue scarpe con sopra il tulipano (a Miguel piacciono molto i fiori).

Questi, però, non sono i fatti peggiori. Nella scuola di Miguel ci sono insegnanti molto validi, ma quest’anno nella sua classe ci sono tre insegnanti, di cui due palesemente pieni di pregiudizi. Entrambi a ogni riunione mi avvertono che un giorno mio figlio si potrebbe ribellare contro di me per la mia “SCELTA” di stare con una donna.

Miguel ha un deficit della condotta e del controllo delle emozioni sviluppatosi, comprensibilmente, dopo la morte del padre e l’immediato abbandono da parte dei nonni.

È un deficit molto ben controllato che oramai con l’educatore riconosciamo solo nel contesto di classe (attenendoci a ciò che i maestri ci riferiscono); lui infatti a capoeira o teatro non mostra alcun problema e quest’estate andrà da solo una settimana ad Alessandria per un corso di robotica.

Ma sai, quando le persone sono limitate, ogni scusa è buona per vomitare ignoranza. Una maestra dei due prima citati, ha infatti detto a Miguel, più di una volta: “Ma non è che tu non ascolti perché gli altri hanno il padre e tu no?” e poi, girandosi verso di me: “Perché sa, signora, la normalità è che un bambino abbia una mamma e un papà. Quando è morto il padre? Non gli parli più di lui. Che lo dimentichi. Butti via le foto.”

Cose da pazzi! Per non parlare del maestro che invece non crede a Miguel che la gomma di Cenerentola gli appartenga e gli dice: “Lo sai che quella gomma è da femmine?”, oppure quando dice al bambino e a mia suocera che ha stampato nuovamente una circolare “perché deve essere firmata dalla vera madre”.

La burocrazia non viene sicuramente in aiuto, ma se a questa si aggiungono professori ed educatori che hanno a che fare con i bambini e che sono pieni di pregiudizi, non andiamo da nessuna parte.

I professori devono essere formati alla diversità. In altre scuole d’Europa, quei due maestri di mio figlio sarebbero già stati licenziati! Non siamo tutti uguali, ma tutti meritiamo lo stesso rispetto e chi con i bambini ha a che fare DEVE avere tatto. Se un professore è ignorante, dovrebbe per etica tenere i pregiudizi in casa sua e non portarli in una scuola.

Così come trovo assurdo il fatto che abbiano voluto benedire la scuola. Non tutti siamo della stessa religione, non tutti abbiamo un credo e soprattutto non tutti vogliamo che ai nostri figli vengano fatte passare per cose normali da esibire in luoghi istituzionali di uno Stato laico, ciò che dovrebbe avvenire per ogni religione nei propri luoghi di culto.

Tu e Natally avete mai pensato di unirvi civilmente? Avreste voglia di avere un figlio insieme, ne avete mai parlato?

Unioni civili ni, ci abbiamo pensato, ma vorremmo non cedere per ora. Serve una legge contro l’omotransfobia e la discriminazione. Servono leggi che incriminino professori discriminatori e psicologicamente maltrattanti. Serve una legge che consenta al genitore non biologico, nelle coppie come me e Nathally, di adottare un bambino, anche concepito in una precedente relazione eterosessuale (dopo le dovute valutazioni psicologiche come per ogni adozione).

Ci tengo a sottolineare questo, perché il punto è che non si tratta solo di essere lgbt. Si tratta di famiglie in generale. Molte sono le coppie separate dove un genitore è assente volutamente o perché è morto e spesso, per lo più donne, si occupano dei propri figli, e quando sono fortunate trovano donne o uomini che le amano e che amano i loro figli e che dei loro figli sono genitori.

Genitori sono coloro che quotidianamente si prendono cura di un figlio. Serve una legge perché nelle coppie lgbt il genitore non biologico possa adottare il figlio che con il genitore biologico ha deciso di far nascere. Non tutti i genitori sono le stesse persone che al momento del concepimento erano presenti.

Un altro figlio. Che tasto dolente. Ho sempre detto che avrei accettato di avere altri figli se avessi partorito prima dei 29... Ne compio 29 il 15 giugno. È andata!

Sai Eleonora, io amo i bambini e i ragazzi. Amo l’umanità che la fa la gioventù, ma i figli vanno mantenuti. Da quel punto di vista, nonostante non ci manchi nulla, non siamo molto furtunati e dunque il pensiero di un altro figlio da mantenere mi fa venire un gran mal di testa. Preferisco averne solo uno e concentrare su di lui tutte le mie energie e risorse mentali, spirituali e materiali. Mi piace però ospitare a casa i miei alunni (do ripetizioni) perché trovo stupendo avere ragazzini allegri in giro per casa.

Pensi che la recente legge sulle unioni civili per le coppie omosessuali in Italia sia soddisfacente?

No. Non è affatto soddisfacente. Come ho detto sopra, ci vogliono molte, moltissime cose ancora. In primis, una vera legge contro l’omotransfobia. Una legge che faccia passare davvero la voglia di essere omofobi. Una legge che dovrebbe far passare almeno una notte in cella al mio collega che dice per scherzo/insulto “frocio” all’altro collega.

Magari la volta successiva ci penserà due volte prima di dire una cosa del genere. Una legge che sospenda dal lavoro almeno per una settimana un professore che asserisce che un gioco è da femmina piuttosto che da maschio.

Occorre un programma di Stato all’interno di tutte le scuole che educhi fin dalla materna all’auguaglianza e rispetto di tutte e tutti nonostante le quotidiane differenze.

Parlaci della tua associazione, “The Colors of True Love”. Quando e perché hai deciso di fondarla? Di quali progetti vi occupate e che risultati avete raggiunto finora?

TCOTL è nato a dicembre 2012. Nacque come un gruppo chiuso su Facebook nel quale mi sfogavo parlando della mia quotidianità. Ben presto mi resi conto che i più giovani erano disorientati e così iniziai ad organizzare raduni per conoscerli.

Dopo il secondo mese dalla creazione del primo gruppo iniziarono le prime richieste d’aiuto, prima dalla Lombardia, ma già da fuori Milano, dalla Sicilia, da altre città italiane, dalla Francia, dal Perù e persino Congo. Alcuni li ho ospitati in casa mia rischiando spesso anche la denuncia perché qualcuno di loro era minorenne.

Li maltrattavano, avevano paura, non potevo lasciarli soli. Davo loro aiuto per un po’ di tempo, davo loro indirizzi e consigli per lavorare, spiegavo che era fattibile, che anche io ero andata via di casa da giovane e che è giusto sfuggire ai maltrattamenti, ma che occorre anche responsabilizzarsi.

Il 17 maggio del 2013, proprio per la giornata contro l’omotransfobia, organizzai un flash mob unicamente con il passaparola e messaggi privati su Face book. Si presentarono circa 100 giovanissimi, per lo più dalla Lombardia, ma qualcuno anche da altre regioni e persino una ragazza dalla Russia a cui avevano appena ucciso l’amico gay.

Quel giorno mi sono resa conto che io volevo e potevo fare qualcosa per me e per gli altri e che, in realtà, con un po’ di buona volontà, tutti possiamo farlo.

Rapidamente entrai a far parte del progetto delle Seconde Generazioni LGBT di Medhin Paolos, Helen Ibry, Antonia Monopoli e Massimo Modesti, poi del Coordinamento Arcobaleno di Milano e Provincia, dell’organizzazione del Pride a Milano, dei libri parlanti e ho conosciuto anche la rete migrante.

Tutta questa serie di relazioni ha pian piano portato a ciò che è oggi TCOTL.

Dire di cosa si occupa è difficile. Abbiamo dei periodi in cui ci concentriamo di più a portare informazioni riguardo tematiche LGBT, immigrazione e donne dal mondo, periodi in cui portiamo aiuto organizzativo e in altri aiuto più concreto. Oggi utilizzo principalmente la piattaforma per pubblicizzare ciò che faccio come attivista indipendente.

Ad aprile abbiamo raccolto in 3 giorni una somma di denaro per gli sfollati delle inondazioni in Perù, adesso ci occuperemo con altri attivisti di creare un gruppo unito arcobaleno e antirazzista e a questo proposito v’invito a questo evento.

Insomma, se prima TCOTL era un urlante e giovane prezzemolino, ora continua ad esserlo, ma è più maturo e dunque meno chiassoso, seppur più presente. Prima ci si occupava principalmente di Pride, eventi ludici, ma anche di interviste in Pride Square, conferenze, scuole ecc come The Colors Of True Love, ma Miguel ora va alle elementari, è più impegnativo, per cui facciamo ciò che facevamo prima, con l’aggiunta di parecchie cose come questo bel video per questa giornata fatta da alcuni migranti lgbt ed eterosessuali tra cui anche la nostra famiglia al completo, e tanti altri progetti.

Sai, quando credi davvero in ciò che fai, ciò che fai diventa la tua vita e la tua vita ciò che fai. Tutto quel che facciamo come attivismo è di The Colors Of True Love e al tempo stesso non lo è, perché TCOTL parla di tutti i colori del vero amore e di questo noi ci occupiamo, di vero amore e di una vita a colori. Non a caso il logo di TCOTL rappresenta l’impronta della manina di Miguel color arcobaleno di quando aveva 3 anni con sopra il simbolo dell’infinito, perché infinito è il mio amore per lui come infinito è il mio amore per i diritti. Ed è questo amore infinito verso mio figlio che mi ha spinta ad alzarmi e lottare, perché in futuro inon avrò una casa o auto da lasciargli, non ho nemmeno la patente!

Però gli lascerò questo insegnamento: quando capisce che qualcosa non va e che lui o qualcuno sta subendo delle ingiustizie, si deve alzare e combattere, perché il mondo è di tutti e tutti ne dobbiamo essere responsabili.

Tu e Nathally siete persone molto diverse. Tu sei la parte “creativa” della coppia, mentre lei è più portata ad occuparsi della gestione della casa. Inoltre, Nathally è molto credente. Come conciliate le vostre differenze? Come vive la tua compagna il suo rapporto con la religione, in relazione al suo orientamento sessuale?

Come le conciliamo? Minacciandoci di morte ogni giorno. Ahahahah non è vero, ma credimi che gli scontri non mancano come in tutte le coppie. Ci siamo accordate che lei si occupa di pulire, lavare, stendere, buttare la pattumiera e tutte quelle cose che comportano l’utilizzo di viscidi prodotti sulle mani o l'utilizzo dei guanti, ma in generale un po’ di tutto quel che è da ordinare. Però mi piace cucinare quindi per la cucina ci alterniamo.

Lei si occupa insomma delle cose pratiche che riguardano la famiglia. Io invece sono quella che litiga al telefono con i gestori delle utenze, quella che l’accompagna ad aprire il conto in banca o a rinnovare il permesso di soggiorno, quella che va alle riunioni con i professori, o che parla con il proprietario di casa; ma soprattutto, consentimelo, sono quella che nella famiglia Velarde Alves Rodolfi porta il divertimento perché infatti sono io quella che prenota voli, viaggi, escogita modi per divertirsi in famiglia, insomma, io trascino Nathally e Miguel fuori casa.

Per quanto riguarda l’attivismo, beh l’attivista in realtà sono io, ma Nathally e Miguel sanno quanto per me è importante, tanto che ora lo è anche per loro. In casa nostra, a tavola, si parla di tutto ciò che avviene nel mondo, se ne discute e si portano riflessioni di uguaglianza e pace. Certo, sono io quella che viene contattata per il video, o il progetto tal dei tali, ma siamo abituati a stare sempre insieme per cui ci ritroviamo sempre a fare tutto insieme.

Come il video per oggi, era stato proposto a me, poi ho chiedo a Nat se volesse farlo con me, e Miguel non voleva essere escluso. Per Miguel è così naturale battersi per una giusta causa che qualche giorno fa mi ha detto: “Mamma, quando è la prossima manifestazione? Perché io a quella del giorno della resistenza non sono andato”.

E io gli ho detto che sarebbe stata questo 20, lo stesso giorno del compleanno di Jacopo. “Mamma, ma noi andiamo perché non siamo d’accordo con quello che hanno fatto in stazione centrale, che li hanno messi sui bus, vero? Neanche io sono d’accordo, vorrei andare al compleanno di Jacopo, ma Jacopo compirà gli anni sempre e non dorme in strada, i profughi sì. Va bene mamma, ho deciso, andiamo e porto il megafono così canto Oh Bella Ciao.”

Per quanto riguarda la religione… Non ne parliamo mai. Nathally fino a poco tempo fa portava la Bibbia in borsa, ma credo fosse più per abitudine, e ad un certo punto ha smesso di portarla perché era tutta rotta.

Io sono atea. Credo nel destino. Credo che il bene generi bene e credo che le cattiverie si paghino, perchè esiste un equilibrio.

Però da qui a credere in un personaggio in particolare no. Non dico personaggio per mancanza di rispetto, ma semplicemente perché io credo in ciò che vedo e Dio e Gesù non li ho mai visti.

Miguel a 3 anni mi ha chiesto chi fosse Dio e io gli ho risposto con tutta sincerità nel modo più semplice a me conosciuto. Gli ho spiegato che Dio è un personaggio di cui vedrà spesso immagini, soprammobili e tante altre cose per le quali i seguaci di questo personaggio pagheranno spesso anche molti soldi. Gli ho spiegato che per me Dio è quasi come Michael Jackson, Robbie Williams, Rihanna, Beyoncè e Pink, con la differenza che io non conosco e non ho mai letto nulla di veritiero di persone che questo Dio lo abbiano conosciuto davvero, mentre invece gli altri personaggi citati si sa per certo che sono esistiti.

Lui dice che crede nella Pachamama (Madre Terra in quechua, l’antica lingua degli Incas) e Nathy dice che crede in Dio o qualcuno del genere, ma che assolutamente non crede nella Chiesa. Nel dubbio io credo in me stessa e nella mia famiglia. Evito di pregare, preferisco agire.

Qual è la tua percezione su omofobia e razzismo nel nostro Paese? Tu e Nathally subite o avete mai subito episodi di discriminazione per il vostro orientamento sessuale o per le vostre origini?

Nel nostro Paese (l’Italia, naturalmente) c’è ancora troppo da fare.

Gran parte delle mie risposte le ho dedicate a sottolineare questo.

Discriminazioni sulla nostra persona ne abbiamo subite, ma ciò non è nulla in confronto alla terribile piaga sociale che questo comporta nel nostro Paese.

Le subiamo ogni giorno le discriminazioni e ogni giorno donne, lgbt, migranti, rifugiati e bambini come Miguel subiscono discriminazioni. Se sono in metro con un’amica palesemente italiana, l’anziana non le chiederà di alzarsi per cederle il posto, lo chiederà a me.

 

Io non bevo, eppure un giorno ero in metro che bevevo la chicha morada (bevanda fatta con il mais viola, assolutamente non alcolica, come il succo di mirtilli); in quell’occasione ho sentito due signore parlare di “questi giovani sudamericani che bevono birra e vino dal mattino”.

Io non bevo neanche il caffè!

Una volta in piena Piazza Oberdan, quindi in Pride Square, mi è capitato di ricevere un calcio mentre ero in bici dopo essermi sentita urlare “lebica zoccola” solo perché l’omofobo il pomeriggio precedente mi aveva vista baciare una ragazza.

Il problema sta alla base, negli adulti che crescono le donne e gli uomini del futuro.

Nel tuo profilo Facebook parli spesso dei viaggiatori che tu e Nathally ospitate nella vostra casa. Ci puoi raccontare di più? Vi capita di frequente di offrire ospitalità a dei viaggiatori? Miguel cosa ne pensa di questa vostra iniziativa?

Beh, l'idea è stata proprio di Miguel. Avevo già sentito parlare di couchsurfing, ma non mi ero mai realmente interessata finchè non ho letto l'esperienza di un'amica.

Decisi di creare un profilo, dopo pochi giorni saremmo dovuti andare a Verona e non avevamo ancora prenotato. Proposi a Nathy di trovare ospitalità con il couchsurfing. Lei era scettica, credeva che non avremmo trovato nessuno o che avremmo trovato un serial killer. Alla fine inviai solo 3 messaggi, due mi risposero di non potere ospitarci perchè fuori città, mentre Andrea ci disse che, nonostante avesse solo un letto matrimoniale in più oltre al suo e fosse abituato ad ospitare massimo due persone adulte, era stato colpito dal nostro profilo e ci aveva accettato la prenotazione nel suo monolocale bellissimo (Andrea è un artista!).

Miguel si trovò benissimo, noi anche e Andrea ci scrisse una bella recensione. Tornando a Milano chiesi a Miguel cosa ne pensasse e gli spiegai che tutti gli iscritti a couchsurfing possono chiedere di essere ospitati, ma anche proporsi per offrire ospitalità a viaggiatori di tutto il mondo.

"Di tutto il mondo? Vuoi dire che così come noi siamo andati a casa di Andrea, altri viaggiatori di tutto il mondo possono venire da noi?" mi chiese.

"Sì amore, ti piacerebbe?" "

Ma mamma dici davvero? Veramente lo possiamo fare? E conosceremo persone di tantissimi paesi e che parlano tantissime lingue?"

"Sì Miguel, se ti entusiasma tanto proviamo!"

La prima volta che abbiamo ospitato ci siamo trovate in casa con due persone un po' maleducate, ma oramai è un anno che ospitiamo persone quasi quotidianamente e le esperienze successive sono state tutte favolose.

Non viaggiamo più in couchsurfing perchè abbiamo capito che per viaggiare preferiamo avere uno spazio tutto nostro, ma quando siamo a Milano ci piace ospitare gente ogni giorno.

Mentre sto scrivendo per esempio ho in casa un ragazzo francese e uno romano.

Ho ospitato persone davvero da tutto il mondo: Algeria, Tunisia, Turchia, Francia, Polonia, Russia, Inghilterra, Brasile, Argentina, Messico, Cina, Venezuela, Corea, Giappone, Germania, Spagna, Bulgaria, Cile, Pakistan, Iran. Gente di ogni colore e religione. Tanti pezzi di mondo che s'incontrano nel nostro piccolo e colorato nido che il mondo lo ama proprio tutto.

Sicuramente tu e Nathally state crescendo Miguel con una mentalità molto aperta, e da quello che racconti su di lui sembra essere un bambino molto intelligente e sensibile. In che modo pensi che lo influenzerà (se lo influenzerà) il fatto di essere stato cresciuto da due mamme?

Non penso che Miguel sarà influenzato dall'avere due mamme. Credo piuttosto che come tutti i bambini sarà influenzato dall'ambiente in cui vive e dalle persone che lo circondano.

Mia moglie ed io gli trasmettiamo valori che credo tutte le famiglie dovrebbero condividere. Non gli insegniamo nulla di speciale. Gli parliamo di uguaglianza, del fatto che siamo tutti con caratteristiche diverse, ma che proprio perchè abbiamo tutti un cuore dello stesso colore e tutti ricerchiamo la felicità, siamo in realtà uguali.

Insegniamo a Miguel a trovare la ricchezza nella diversità. Parliamo molto a Miguel dell'importanza del rispetto verso le donne. Dell'importanza di appoggiare tutte le lotte che favoriscano un mondo di parità in quanto a diritti, un mondo senza confini, senza muri.

Gli ripetiamo continuamente che lui l'Italia, il Perù e il Brasile non li ha comprati, che sono Paesi suoi esattamente come lo sono tutti gli altri Paesi del mondo.

Non solo insegniamo a Miguel che il mondo appartiene a tutti e che possiamo trovare persone amiche tra mille colori, religioni, orientamenti sessuali ecc, ma anche che purtroppo tra una bellissima e colorata multitudine di belle, buone e intelligenti persone esistono anche gli ignoranti, persone represse dalla sofferenza e invidiose della felicità altrui.

Insegniamo a Miguel a non piegarsi mai di fronte a queste persone, di non prendere in considerazione i bigotti, anche se si tratta di adulti, parenti o professori. Gli insegniamo anche a rispettare comunque tutti; gli ripetiamo continuamente che l'aggressività non porta a nulla. Penso che sia fondamentale insegnare ai bambini fin da piccoli a farsi rispettare e a far rispettare le proprie idee. Miguel in questo è molto bravo.

Quando siamo stati in Marocco ha sostenuto con i berberi un dibattito in un miscuglio di lingue per difendere i dromedari che venivano tenuti legati. Il Giorno della Memoria ha aperto al pre-scuola un dibattito sull'Olocausto che non era venuto in mente d'accennare nè all'insegnante, nè ai bambini più grandi.

O come quella volta sul bus che ha detto a noi, davanti a una signora che diceva al figlio che un maschio non dovrebbe piangere, "meno male che io sono fortunato e non ho mamme ignoranti che non mi fanno piangere. È ovvio che anche i maschi possono piangere, abbiamo gli occhi e le lacrime anche noi!". E così si ribella anche alle persone che buttano cartacce per strada, o con quei genitori limitati che nei negozi di giocattoli dicono ai figli cosa è da maschio e cosa da femmina...

In cosa ritieni che la vostra famiglia sia diversa, rispetto a quella “tradizionale”? A parte il fatto che la vostra è composta da due mamme, anziché da mamma e papà?

È diversa solo in questo. Nel fatto che ci sono due donne genitore.

L'altra differenza che mi viene in mente è la FAVOLOSITA', un termine molto usato dalla comunità lgbt. Infatti quel che forse differenzia Migui dalla maggior parte dei suoi coetanei è che è talmente abituato a vedere persone diverse e di ogni tipo che considerandole tutte FAVOLOSE, non sgrana gli occhi quando vede una drag queen o una trans ancora in fase di transizione.

Ricordo un particolare episodio. Avevo parlato a Miguel delle persone trans, ma non ne aveva mai vista una. Un giorno andai con una mia amica trans a prendere Miguel a scuola, la mia amica era ancora in fase di transizione, e lui la salutò al femminile, mentre il cugino iniziò a chiedere spiegazioni in maniera impaziente e poco gentile sul perchè "avesse la voce da uomo".

Quando tornai a casa con Miguel mi disse: “Che sciocco mio cugino, non capisce che la tua amica e il medico magico stanno ancora lavorando". Lui lo chiama così, "medico magico" e dice che questi medici sono fantastici perchè permettono alle persone trans di essere fuori quello che sono sempre state dentro.

Credi che Miguel risenta della mancanza di una figura maschile in casa? Ci sono uomini di riferimento nella sua vita?

No, penso che nessun bambino senta la mancanza di una persona per il genere di quest'ultima. Credo che Miguel possa sentire la mancanza del padre, o almeno l'idea di lui perchè sa di averlo avuto e perchè la nostra casa è piena delle sue foto, ma non certo perchè ha bisogno di un uomo per diventare un adulto di sani principi.

Inoltre Miguel sostiene che le donne siano più intelligenti e gentili degli uomini.

Per quanto riguarda gli uomini di riferimento, beh potrebbe esserlo il nonno paterno ma Miguel riconosce in lui comportamenti maschilisti che non gli piacciono. Potrebbe essere mio padre che è una persona molto aperta e intelligente, ma vive in Perù, e potrebbe esserlo il compagno di mia madre, ma anche lui in quanto a parità di genere ha i suoi limiti, nonostante adori Miguel.

Eppure Miguel ha una figura maschile di riferimento, la migliore che mio figlio potesse avere ed è quella di Leonardo (zio Leo) che era il migliore amico di Davide, e che è stata l'unica persona che dopo la morte di mio marito è stata presente nella vita di Miguel senza interruzioni.

Sai Eleonora? Credo che Miguel sia fortunato. Suo padre è morto, non avrà i migliori parenti del mondo. Però ha me che gli ho dato la vita, Nathally che lo ama come se gliel'avesse data, Leo che ha fatto di Migui la luce dei suoi occhi e una rete di amici e conoscenti che, se a me dovesse succedere qualcosa, non lascerebbero mai Miguel, Nathally e Leo da soli.

Il bene genera bene e nelle peggiori sfortune (e credimi che ne son capitate parecchie), son sempre stata fortunata.

Cosa pensi che potrebbe fare di più il governo italiano per tutelare le coppie omosessuali?

Come ho detto prima, le prime cose da fare sono tre:

- Legge contro l'omotransfobia che tuteli l'istruzione e il lavoro di tutte e tutti con pene certe;

- Reale OBBLIGO di laicità all'interno delle scuole e istituzioni in genere;

- Sotituzione dell'ora di religione con studi di genere ed educazione alla tolleranza della diversità. Naturalmente come materia obbligatoria, perchè credere in un Dio piuttosto che in un altro non è un obbligo, ma rispettare tutte e tutti sì, lo DEVE essere.

Sia quando si parla di coppie omosessuali, sia quando si parla di immigrati, non sono pochi i cittadini italiani che hanno reazioni negative. Perché secondo te, c'è così tanta paura del “diverso”?

Ele, il problema sta proprio alla base. I bambini nascono pronti all'accettazione e tolleranza. I bambini non hanno malizia quindi è in casa che nasce la discriminazione.

In Italia ciò che manca è la voglia di leggere, d'informarsi, di alzarsi dal divano e andare con i propri occhi a vedere le questioni del proprio Paese. Manca la memoria soprattutto. Manca la voglia di amore e solidarietà.

Sono convinta che se tutti coloro che discriminano dedicassero 10 minuti al giorno alla lettura di articoli di attualità di testate che scrivono in modo imparziale, almeno il 30% di questi in una settimana inizierebbero a cambiare idea.

Vorrei concludere dicendo questo: se ognuno di noi si fermasse a guardare chi sta peggio, se ognuno di noi si sedesse a parlare con quel signore con il vino in scatola in mano, o con quel ragazzo nero buttato a terra davanti alla stazione, o con quel disabile che cerca una rampa per accedere alla metro, o con quella prostituta sulla strada, o quella trans truccatissima assonnata su una panchina, o con quella donna con gli occhiali scuri che sembra presuntuosa perchè non vuol guardare nessuno, o con quella ragazza rom con un passeggino sporco pieno di oggetti, o con quel ragazzo dai pantaloni rosa, beh cari amici; scopriremmo che ognuno di questi come noi tutti ha un cuore che batte uguale al nostro e una gran fame di felicità.

Se parlaste con queste persone capireste che non vogliono portarvi via il lavoro, i mariti, non voglio far diventare gay i vostri figli, non vogliono rubarvi il portafogli; come tutti noi stanno cercando di vivere il meglio possibile in questo mondo.

Oggi è un'importante giornata per me, la mia famiglia, la nostra comunità e il mondo; e voglio chiedere a chi condivide con me il pensiero di uguaglianza, di trovare un momento oggi per fermarvi e parlare con una di quelle persone con cui solitamente non vi fermereste a parlare.

Non con diffidenza. Le persone abituate alla discriminazione difficilmente si apriranno con chi in partenza si mostrerà diffidente. Portate un pacchetto di cracker, condividete qualcosa e parlate, guardate negli occhi e sono sicura che almeno qualcuno di voi dopo averlo fatto non solo abbraccerà questa persona, ma tornerà a casa inspiegabilmente felice.

Il bene genera bene.

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