Cinque anni fa, proprio in questi giorni, stavo piangendo per il fallimento del mio primo tentativo di PMA.

Cinque anni fa, in questo preciso istante, i miei bambini mi stavano abbandonando, senza che io potessi fare nulla per trattenerli.

Sembrano così lontani, ora, quei momenti... Adesso che il mio bambino è qui con me, e in ogni angolo in cui mi giro vedo giocattoli e peluche! Non mi sembra neppure vero di aver vissuto tanti anni senza di lui, alla ricerca di lui...

Eppure, quando mi fermo a pensarci, i ricordi tornano vividi e mi sembra di avvertire il dolore e la paura di quei giorni.

La mia prima, e unica gravidanza ottenuta fino a quel momento, durò esattamente settantadue ore.

Mi sentivo ripetere frasi come: " È molto peggio perdere un bambino a gravidanza avanzata!", mi sentivo ripetere "Erano solo embrioni", e "Tanto sei giovane"...

Tutte le stupide frasi di circostanza che mi sono sentita ripetere in quei giorni corrispondevano alla verità.

Eppure, al mio cuore della verità non gliene fregava niente.

Avevo visto la vita passare dal mio corpo, per la prima volta, per quella che forse sarebbe stata la prima e ultima volta... E avevo visto la vita andarsene, in un lago di sangue, senza che io potessi fare niente per fermarla.

Per me, quelli, erano già i miei bambini. Anche se non avevo la pancia, anche se il basso valore di beta hcg nel sangue aveva già predetto il loro triste destino, anche se le possibilità che riuscissero a sopravvivere erano minime, anche se sapevo che non mi sarei dovuta illudere, per non soffrire...

Per me, quelli erano già i miei bambini. Due fragili vite che non sono riuscita a custodire...

Sono tante le donne che piangono per questo stesso, misterioso, lancinante, incompreso e incomprensibile, dolore. Donne che si chiedono come si faccia a sopportare un fallimento dietro l'altro, come si possa accettare che il proprio corpo non sia in grado di dare la vita...

Spesso mi ritrovo a parlare con queste donne, e purtroppo non so rispondere a queste domande.

So che nessuno può garantire che, tenendo duro e continuando a lottare per la vita, la nostra e quella dei nostri bambini, un giorno potremo finalmente accarezzare quel pancione tanto desiderato.

So, però, che dopo quel fallimento ne è seguito un altro. E un altro ancora. Ho dovuto aspettare altri due anni prima che la vita decidesse nuovamente di abitare il mio ventre... E di restarci per nove mesi.

So che ne vale la pena. Vale la pena soffrire, stringere i denti e continuare a lottare.

Ma so anche che è giusto dire “basta” quando una donna, una coppia, sente di non farcela più. So che è giusto scegliere altre strade, anche se la strada è quella della resa. Ma solo noi possiamo decidere quando fermarci, quando cambiare percorso, quando arrenderci.

Ogni maledetto giorno mi capita di scontrarmi con persone che parlano di quanto siano "egoiste" le donne che cercano in tutti i modi di avere un figlio.

Egoiste?

Non penso che questo termine possa essere accostato a donne che si fanno imbottire di ormoni, che si fanno rivoltare dai medici come calzini per anni, che si sentono trattare come cavie da laboratorio, che si sforzano per vivere e andare avanti con dignità, mentre vivono l'inferno... Mentre cercano la vita, mentre cercano di dare la vita ad un altro essere umano...

Egoiste?

È facile parlare quando il tuo corpo funziona alla perfezione, quando rimani incinta con il solo sguardo, quando non devi lottare contro una Natura bastarda.

Vorrei che le persone che ci chiamano "egoiste" provassero per un solo istante quello che ho provato io per quattro anni, quello che ogni giorno tante donne nel mondo provano. Il vuoto, l'assenza, il lutto per un figlio che si cerca con tutte le proprie forze, e che forse non esisterà mai.

Vorrei che lo provassero. Non credo che avrebbero più il coraggio di chiamarci "egoiste"...

(Dal mio - ancora inedito - romanzo)

Luglio 2012

Ci ho creduto davvero.

Forse S. aveva ragione. Forse sarebbe andato davvero tutto bene!

Ieri ho ripetuto le analisi del sangue. Il valore delle beta hcg era cresciuto. Ancora basso, ma più che raddoppiato, perciò l'andamento era buono. I miei bambini stavano lottando per rimanere con me, con la loro mamma. Volevano vivere!

Per un attimo ci ho creduto.

Ho continuato a crederci persino quando ieri pomeriggio ho iniziato ad avvertire delle forti fitte al basso ventre. Ho continuato a crederci quando, andando in bagno, ho scoperto gli slip macchiati di sangue. Di colore rosso. Vivo.

Vivo come solo la morte può essere.

Ma non ho potuto più negare la realtà quando le perdite si sono trasformate in un flusso intenso, inarrestabile, doloroso e infernale.

Prima di infrangersi in mille pezzi, prima di macchiarsi di sangue, il mio sogno è durato settantadue ore.

Quando, in lacrime, ho chiamato la clinica, il ginecologo mi ha detto laconicamente di essere dispiaciuto, e mi ha spiegato che la mia è stata una “gravidanza biochimica”. Significa che gli embrioni si sono inizialmente impiantati, ma non sono riusciti a svilupparsi. Hanno cercato di sopravvivere, invano.

Mi ha avvertito che il ciclo mestruale appena iniziato sarà più doloroso del solito, dato che tramite il sangue dovrò “espellere” gli embrioni.

Espellere.

Ovvero, cacciare dal mio corpo il tesoro più grande e prezioso che abbia mai sfiorato.

Dopo questa telefonata, sono rimasta chiusa in bagno per ore, ad osservare il sangue che usciva dal mio corpo e come un fiume in piena trascinava via tutto, i miei sogni, le mie speranze, il mio futuro. I miei bambini.

Vorrei fermarlo, ma non posso farlo.

Voglio soltanto andare a letto, e non posso che sperare che il sonno mi porti via, in quel luogo dove ora si trovano i miei bambini... Dove siete, ora? Spero che sia un posto bellissimo, dove potrete vivere la vita che avevo sognato per voi, e che gli angeli vi amino come la vostra mamma vi ha amato in questo frammento di felicità.

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