Cos'è la famiglia?

Da piccola me lo chiedevo spesso.

Ero una bambina silenziosa, e chiusa nel mio silenzio mi piaceva riflettere e osservare il mondo attorno a me. Già ad otto, nove anni, cominciai a notare che le famiglie delle mie amiche erano molto diverse dalla mia.

Nella mia casa risuonavano urla, intervallate da lunghi e tristi silenzi. I miei genitori litigavano noncuranti dell'effetto che il rancore che si respirava tra le nostre quattro mura aveva sulla loro unica figlia.

Non ho mai avuto adulti di riferimento, e per questo sono dovuta crescere molto in fretta. Non avevo fratelli o sorelle con cui condividere il mio smarrimento, che potessero curare la mia solitudine.

Non mi è mai stato nascosto, dai miei stessi genitori, di essere venuta al mondo per errore, e di essere la causa di un matrimonio sbagliato, di aver rovinato loro la vita.

Sono stata il capro espiatorio di ogni litigio, di ogni problema, anche il più sciocco.

Non ho mai visto tutta la mia famiglia riunita felicemente, neppure in occasione delle festività, e raramente mangiavo insieme ai miei genitori.

All'esterno sembravamo una famiglia normale, tranquilla, come tutte le altre... I miei genitori ci tenevano molto alle apparenze!

Le famiglie delle mie compagne di scuola, però, erano diverse. Non potevo fare a meno di notarlo, quando mi invitavano a pranzo dopo la scuola, a giocare o fare i compiti.

Nelle loro case si respirava un'atmosfera diversa. L'aria era più leggera. Mi sembrava quasi di riuscire a respirare meglio!

I genitori delle mie compagne mangiavano a tavola con i figli. Tavole apparecchiate e ricche di pietanze preparate dalle mani della mamma. Io ero abituata a mangiare da sola, su una tavola spoglia, del cibo riscaldato all'ultimo minuto. Cibo totalmente privo di sapore, di cura e... Di amore.

Le mamme e i papà delle mie amiche conversavano con loro. Chiedevano com'era andata a scuola. Proponevano dei giochi da fare insieme.

Mia madre detestava che portassi amici a casa. Si lamentava perché poi doveva pulire. In casa dovevo evitare di disturbare. Raramente parlavo con i miei genitori; passavo la maggior parte del tempo chiusa nella mia cameretta, a scrivere, leggere e sognare un futuro migliore. Trascorrevo ore ed ore a guardare fuori dalla finestra, osservando il mondo, e chiedendomi se ci fosse un posticino anche per me, là fuori. Se sarei stata in grado di sopravvivere. Se qualcuno mi avrebbe mai accettata, amata, un giorno.

Sono cresciuta convinta di non meritare l'affetto di nessuno. Se neppure i miei genitori erano capaci di amarmi, chi, nel mondo, avrebbe potuto farlo?

Crescendo sono diventata una persona dal carattere introverso e difficile, ho sempre faticato ad esprimere il mio affetto alle altre persone, alle poche persone alle quali mi avvicinavo, con gesti fisici. Ancora oggi non sono il tipo che si lascia andare facilmente a baci e abbracci. Non ne sono capace. Non mi hanno mai istruito all'amore!

Diventando grande, l' anaffettività dei miei genitori mi ha creato non pochi problemi, caratteriali, di relazione con le altre persone. Il rischio più grande era che diventassi come loro, che commettessi gli stessi errori con un eventuale figlio.

È ormai risaputo che i primi anni dell'infanzia hanno un grosso impatto sul tipo di persona che un uomo o una donna diventerà da grande.

Ed è stata una grande fortuna che io sia riuscita a trasformare il rancore con cui mi hanno riempito il cuore in Amore. Ho odiato la mia famiglia, ma odiare non mi piace. L'odio ti annerisce l'animo.

E così sono cresciuta sognando di poter un giorno dare tutto l'amore che ho sempre cercato.

Sognando di trovare finalmente il mio posto, un luogo dove essere amata e poter amare.

Sono cresciuta sognando di riscattare la me-bambina che, bambina, non la è mai stata davvero.

Sono cresciuta sognando di donare ad un figlio tutti gli abbracci che io non ho mai ricevuto.

Sono cresciuta sognando una famiglia... Vera. Come quella che immaginavo da bambina, guardando fuori dalla finestra.

Ho passato più di metà della mia vita chiedendomi cosa fosse una “famiglia”. Cosa significasse questa parola che dovrebbe evocare calore, e che ha me ha sempre ispirato indifferenza. Come avrei voluto che fosse la “mia” famiglia, non quella di origine, che non ho di certo scelto, ma quella che volevo costruire.

La famiglia per me è un nido. Un nido caldo, soffice, dal quale un giorno volerai via, ma pronto ad accoglierti ogni volta che la vita tenterà di buttarti a terra.

Ho lottato con le unghie e con i denti per costruire il mio nido, la mia famiglia, che non sarà perfetta, dove non mancano, di tanto in tanto, le urla (e non solo del piccolo Roberto), ma dove c'è Amore.

Siamo abituati, fin da piccoli, a sentirci ripetere che dobbiamo rispettare i genitori... "Onora il padre e la madre", così recita uno dei comandamenti, giusto?

I genitori vengono visti come figure onnipotenti, giuste, infallibili. Ma non è sempre così.

Perché non sento mai dire: "Onora i tuoi figli" ?

I nostri figli sono creature innocenti, bisognose di affetto, di una guida, sono spugne che assorbono il nostro modo di vivere, di amare, di comportarci. Sono creature fragili, che come tali devono essere trattate. Noi abbiamo un grande potere e una grande responsabilità: crescere altri esseri umani che diventeranno il futuro del nostro mondo.

Mio figlio crescerà sapendo di essere stato desiderato da sempre; fin dal primo giorno della sua vita ha sperimentato gli abbracci, i baci, e le carezze di mamma e papà, che nella sua vita non mancheranno mai.

E ogni volta che mio figlio mi abbraccia, il ricordo che ancora vive in me, il ricordo della bambina che ero, sbiadisce un poco, insieme al dolore per tutti gli abbracci che mi sono stati negati.

La mia famiglia, la famiglia che mi sono costruita, è il mio riscatto, il mio nido, il mio presente e il mio futuro.

Ogni tanto sento ancora la mancanza dei genitori nella mia vita. Non ho una mamma con cui fare shopping, un papà che mi vizi con regali o che mi chiami "la sua principessa", non ho nessuno che mi venga ad aiutare se sono in crisi perché Roberto fa i capricci, o che mi accompagni al parco a giocare con mio figlio. Sono andata all'altare accompagnata dal mio futuro marito e da mio figlio. E va bene così, ma... Sarebbe stato bello se fosse stato il mio papà a farlo.

Ormai sono grande, sono una mamma... A volte, però, sarebbe bello sentirsi un po' anche figlia.

I genitori servono sempre, anche quando diventiamo grandi. E non è solo l'aiuto materiale che ci serve... E' soprattutto il supporto emotivo, la vicinanza del cuore. Il sapere di avere qualcuno che ci ascolta e ci accetta, sempre, qualunque cosa accada.

Per questo vi dico di non negare mai un abbraccio a vostro figlio, anche se siete stanchi, anche se siete impegnati; insegnategli ad amare e insegnateli cosa vuol dire essere amato, fategli sentire che potrà sempre contare su quel nido che lo accoglierà ogni volta che ne avrà bisogno. Questo non significa non rimproverarlo, non fargli notare mancanze, errori, passi falsi; significa fare tutto senza mai dimenticarsi di trattarlo con amore e rispetto.

Onorate i vostri figli, e loro onoreranno voi.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

0
Shares