Sono molti gli argomenti tabù riguardanti la gravidanza e la maternità, argomenti sui quali non riceviamo informazioni sufficienti (spesso non sappiamo neppure della loro esistenza!); capita che neppure i professionisti siano preparati.

Durante la gravidanza, leggendo di qua e di là siti dedicati alla maternità, venni a conoscenza del baby blues. Non avevo idea di che cosa fosse, il nome mi suonava addirittura simpatico, ma questa condizione non la è affatto.

E non è neppure atipica, dato che colpisce circa il 50% delle donne che partoriscono!

Com'è possibile che nessuno ne parli? Che nessuno me ne abbia parlato durante la gravidanza? Né la ginecologa, né in ospedale, né al corso preparto... Neppure le amiche già mamme mi avevano parlato di questo. Forse non ne erano state colpite, o forse, semplicemente, con il passare del tempo avevano rimosso i ricordi di questo periodo difficile.

Eppure, io credo che ci sia anche un altro fattore che impedisce alle donne in dolce attesa di affrontare questo possibile scenario: l'omertà. La vergogna a mostrare le proprie debolezze, il desiderio di apparire sempre forti, felici e soddisfatti, delle supermamme.

Quando una donna è incinta sente grandi pressioni su di sé. Lei stessa ha grandi aspettative e fantasie riguardanti la maternità e il suo futuro. Naturalmente ognuna di noi sogna di essere la madre migliore per il proprio figlio. Le cose, però, non sempre partono con il piede giusto.

Tutte le informazioni di cui veniamo bombardate durante la gravidanza si rivolgono all'aspetto pratico della maternità. Come curare il seno, le posizioni per allattare, le precauzioni per evitare casi di SIDS, come lavare il sederino al bebè, i pannolini migliori da usare...

Argomenti importantissimi. Ma nessuno parla di noi. Delle mamme. Di quello che sentiremo, di come ci trasformeremo, di quanto sarà... Difficile.

Difficile, sì.

E non mi riferisco alle notti insonni, ai sacrifici che occorre fare per i figli, allo stravolgimento della nostra esistenza. Parlo proprio di noi mamme, delle nostre emozioni, di quello che sentiamo dentro. Sì, perché alla parola maternità sentiamo sempre associare termini come “gioia”, “rinascita”, “completezza”, “amore”... Ma non è così. Una mamma non prova solo immensa gioia. Non tutte le mamme si innamorano al primo sguardo del proprio bambino.

Quando ero incinta mio marito ripeteva sempre che, visto che la nostra gravidanza era stata ottenuta con molta difficoltà (ecco, altro argomento tabù di cui dovrò parlare!), lui non avrebbe mai accettato che io soffrissi di depressione post parto. Non comprendeva le mamme che ne soffrivano, e a me non sarebbe stato permesso lasciarmi sopraffare da una sensazione del genere.

Non lo diceva con cattiveria, solo che nessuno di noi due era stato adeguatamente informato su cosa fossero il baby blues o la depressione post parto.

Spesso accade che la depressione venga minimizzata e sottovalutata; spesso le persone che circondano un individuo depresso sanno solo dare consigli del tipo: “Basta la forza di volontà e puoi uscire da questo stato! Sei tu che vuoi essere triste!”

Non è così. Depressione non è sinonimo di “tristezza”. La depressione è una patologia, e quella post parto non fa eccezione.

Baby blues e depressione post parto sono due condizioni diverse, ma che nascono dalle medesime sensazioni.

In generale si ritiene che il baby-blues si manifesti fra il 3. e il 6. giorno dopo il parto, come una specie di malinconia. Le mamme si sentono di umore variabile, piangono e si irritano facilmente, a volte provano ansia e paura di non farcela. Tuttavia non perdono la capacità di prendersi cura nel neonato, di provare gioia e di dormire abbastanza bene. Dopo alcune settimane il disturbo tende a svanire spontaneamente.

Accade invece, che tra la 4. e la 6. settimana, queste sensazioni possano accentuarsi e si trasformino poi in una vera e propria depressione post-parto. Essa può però manifestarsi anche più tardi. I sintomi specifici più importanti sono: tristezza, perdita d’interesse, di autostima e di energia, incapacità di provare gioia (anedonia), sensi di colpa perché si prova fastidio o ostilità per il neonato ritenuto troppo esigente, pessimismo e senso di incompetenza, difficoltà nel contatto fisico con il neonato e eventualmente  nell’allattamento, disperazione (FONTE)

Il mio parto è stato decisamente difficile e diverso da quello che mi ero immaginato. Ho impiegato settimane per riprendermi, fisicamente e mentalmente, dal cesareo di urgenza grazie al quale è nato il mio bambino.

Ho amato mio figlio fin da quando era solo un sogno nel mio cuore, e quando l'ho abbracciato per la prima volta il cuore mi esplodeva di gioia. Lui era un bimbo bellissimo ed io tanto felice di essere finalmente una mamma.

Però... Però, gioia e tristezza possono coesistere! Soprattutto in una donna che appena partorito ed è sconvolta dal cambiamento e da una tempesta ormonale. La tristezza, il senso di inadeguatezza, la convinzione di non farcela, non si possono comandare, né mettere a tacere. Anzi!

Non possiamo vergognarci di quello che proviamo, non dobbiamo tacere, ma tendere una mano per chiedere aiuto e lasciarci aiutare.

Ero dolorante per via del cesareo e stanca, tanto stanca, anche se il mio bambino dormiva abbastanza. Quando di notte si svegliava, però, faticavo a prendermi cura di lui, soprattutto se il suo risveglio non era dettato dalla fame (in quel caso bastava allattarlo e si calmava), ma da un altro fastidio, o semplice nervosismo.

Per fortuna spesso mio marito si svegliava e si occupava del piccolo, lo cullava, gli cantava le canzoncine, gli faceva ascoltare il rumore della ventola in bagno per calmarlo...!

Avere sempre tenuto il bimbo in camera con noi ci ha aiutato molto, perché era decisamente più comodo accudirlo, sia per me (che lo allattavo restando sdraiata nel letto), che per mio marito, che non doveva ogni volta scendere le scale per andare nella cameretta.

Essere svegliati di notte dal pianto di un neonato, non è il massimo, soprattutto se sei dolorante, spossata, hai il corpo ancora “sformato” dal parto e ti senti uno schifo, e sei sconvolta dagli ormoni. Non importa quanto ami tuo figlio: essere svegliati di notte quando vorresti solo dormire è estenuante.

È di giorno, però, che ho vissuto i momenti più difficili, durante il mio primo mese da mamma. Non avevo nessuno che mi aiutasse (ovviamente mio marito andava a lavorare), dovevo gestire da sola un neonato (di cui nessuno mi ha fornito un manuale di istruzioni, ma si può?!), una casa grande che volevo assolutamente tenere pulita perché avevo il terrore dei germi, e due cani che non contribuivano di certo alla suddetta pulizia.

Inoltre l'allattamento all'inizio è stato molto difficile per me. Non riuscivo a farlo “decollare”. E questo ha contribuito ad aumentare il mio senso di inadeguatezza. 

Vivevo giornate in cui mi sembrava di riuscire a gestire perfettamente tutto. I cani erano tranquilli, la casa decente, riuscivo ad allattare il mio bambino e poi restavamo per ore sul divano a coccolarci amorevolmente. E tutto andava bene. 

Altre giornate, invece... Mi sembrava che tutto fosse un disastro! 

Capita spesso che il pianto di un neonato sia indecifrabile. Le provi tutte: lo allatti, lo coccoli, lo copri, lo scopri, ma non capisci che cosa abbia. Non ha fame, non ha sete, non ha caldo, non ha freddo, non vuole essere preso in braccio. Ma che cavolo vuole?

E poi, ammettiamolo. Il pianto di un neonato è uno dei suoni più fastidiosi e penetranti che esistano! (Mi pare di aver letto che è stata la Natura – quella simpaticona! - a volerlo: in questo modo la mamma non può fare a meno di rispondere al richiamo del suo cucciolo. E te credo!). 

Ricordo perfettamente quella mattina in cui mio figlio, un mese di vita circa, era tranquillo nella sua culla, e ad un tratto iniziò ad urlare come un indemoniato.

Non riuscivo assolutamente a calmarlo, e in più stavo cercando di chiamare il patronato per la pratica di congedo di maternità. Ero sola in casa e non uscivo da non so quanti giorni. Non solo stavo ancora male per il cesareo, ma, avendo partorito in inverno, erano poche le giornate in cui il tempo mi permetteva di uscire con un neonato. 

Il suo pianto quel giorno mi fece letteralmente impazzire. 

Ricordo che cominciai ad urlare contro di lui, gridandogli di stare zitto. Nella mia mente mi davo dell'idiota. Stavo veramente urlando ad un neonato... Al mio bambino tanto desiderato? Ma che razza di madre fa una cosa del genere?

Lui, ovviamente, si mise a piangere ancora più forte, così io uscii dalla camera da letto, lasciandolo lì nella culla, e chiusi la porta alle mie spalle. Mi sedetti per terra, nel mezzo del corridoio, tappandomi le orecchie con le mani per non sentirlo.

Quello è stato il mio momento più “basso” come madre.

E me ne vergognai.

Io non volevo stare così, ma non sapevo come fare per sentirmi meglio. Mi sembrava che nessun'altra mamma provasse quello che provavo io! 

Un giorno parlai con una mia amica di come svegliarmi di notte per me fosse insopportabile. Lei mi disse, con tutta la tranquillità di questo mondo:“ È vero, è sfiancante, ma i sorrisi dei nostri bambini ci ripagano di ogni fatica, non credi?” 

NO. Non lo credevo.

In quel momento sorrisi, ma dentro urlavo.

Mi sentivo incompresa, inadatta, stupida.

Avrei voluto che qualcuno, un'altra mamma, mi dicesse, ammettesse, che era difficilissimo. A me non bastava un sorriso del mio bambino per sentirmi meglio. Non me ne fregava niente del suo sorriso. Io volevo dormire! Ero troppo stanca!

E mi sentivo così cattiva! 

Non ebbi più il coraggio di parlare con nessuno, neppure con mio marito, di quello che provavo. 

Sono sempre stata molto brava ad analizzare me stessa, i miei comportamenti e le mie sensazioni. Mi reputo anche, a torto o a ragione, una mamma ben informata (anche se non sempre sono altrettanto brava ad applicare la teoria alla realtà!). 

Non impiegai molto tempo a capire che stavo soffrendo del famigerato baby blues di cui avevo letto qualcosa su internet durante la gravidanza. 

Mi dissi che i miei sbalzi di umore, la mia malinconia, il mio senso di inadeguatezza, non erano colpa di nessuno, e sicuramente non mia.

Mi dissi che quello che stavo provando era normalissimo, e che presto sarei stata meglio. Mi diedi un paio di mesi di tempo. Se entro sessanta giorni dal parto non mi fossi mentalmente ripresa, avrei contattato uno specialista, per evitare di piombare nel tunnel della depressione post parto.

Mi dissi tutte queste cose con molta lucidità e sincerità, ma... Avrei tanto voluto che fosse qualcun altro a dirmele, a rassicurarmi, a consigliarmi!

E le mamme che non riescono ad essere lucide e razionali come sono riuscita (non so neanche come) ad essere io? Qualcuno si accorgerà mai del loro tormento interiore? Qualcuno le aiuterà? 

Perché nessuno parla di questo? Di quanto sia difficile, soprattutto all'inizio, diventare mamma? Di quanto gli ormoni influenzino il nostro comportamento e ciò che proviamo? Di quanto l'amore per il nostro bambino non basti per stare bene, per “farcela”? 

Non sono solo i professionisti ad essere omertosi, ma le stesse mamme!

Finora ho trovato pochissime persone che abbiano osato confessare quello che vi ho appena raccontato. Ammettere le proprie debolezze è sempre difficile (se possiamo chiamare un evento naturale come il “baby blues” una “debolezza”...), ma è vero che l'unione fa la forza.

E se non ci aiutiamo tra noi mamme, come possiamo farcela? 

Erano passati circa quaranta giorni dalla nascita di mio figlio. Una mattina mi svegliai e mi resi conto di sentirmi... Meglio. Bene. Stavo bene!

Da quel giorno la strada fu tutta in discesa, e finalmente cominciai ad amare davvero essere una mamma.

Ovviamente anche ora ho i miei momenti “di sclero”, ma non c'è più nessuna malinconia che accompagna le mie giornate, nessun senso di inadeguatezza. Solo la stanchezza e i momenti di abbattimento normali nella vita non solo delle mamme, ma di qualsiasi essere umano! 

Tirai un sospiro di sollievo, quando mi resi conto di essere uscita dalla terribile fase del “baby blues” (questo termine non mi ispira più simpatia!). 

Avendo dei precedenti, temevo sinceramente di poter essere colpita dalla depressione post parto. Ne avevo il terrore! Come avrei potuto ammettere di stare male? Dopo aver desiderato tanto un figlio, averlo cercato con tutte le mie forze? Conoscendo il pensiero di mio marito? Con tutte le aspettative che sentivo di non poter tradire? 

La depressione post parto è una gran brutta bestia. Di certo non è una condizione comune come il baby blues, ma non si può dire che sia rara... 

La depressione post partum (DPP) o depressione puerperale è un disturbo che colpisce, con diversi livelli di gravità, dal 7 al 12% delle neomamme ed esordisce generalmente tra la 6ª e la 12ª  settimana dopo la nascita del figlio. (FONTE) 

Io posso solo dare un consiglio, a tutte le donne in dolce attesa e alle neomamme: non vergognatevi. Non vergognatevi delle vostre emozioni; le amiche mamme che vi dicono che la loro vita con un neonato è stata tutta rose e fiori mentono, mentono spudoratamente!

Le vostre emozioni sono normalissime. Non abbiate paura ad ammettere di aver bisogno di aiuto, né a cercarlo, soprattutto nel vostro compagno, se presente, o in un'altra persona di fiducia. 

Non permettete a nessuno di dirvi come dovete sentirvi! 

Delegate il più possibile i mestieri di casa e tutte le incombenze legate alla casa, al lavoro... Concentratevi sul vostro benessere e su quello del vostro cucciolo, cercate di far funzionare l'allattamento al seno, ma non disperate se non ci riuscite o se non ve la sentite più di provare! 

Chiamate un'ostetrica di fiducia a casa, se sentite il bisogno di un aiuto con l'allattamento o la cura del neonato. Durante la notte fatevi aiutare dal papà quando il bimbo si sveglia, non importa se lui al mattino andrà a lavorare e voi starete a casa... Non state mica in casa a grattarvi la pancia, eh! 

Uscite il più possibile con il vostro bimbo, condizioni fisiche permettendo, anche solo per mezz'ora ogni giorno. Fate delle passeggiate all'aria aperta (non importa se è inverno, l'importante è coprirvi bene e che non piova e non tiri il vento! Sono una mamma di fine novembre, in questo ho esperienza!), andate a fare shopping, frequentate associazioni che accolgono le neomamme.

Avete il diritto di rifiutare visite di amici e parenti, se non vi sentite di avere persone in casa, e rimandate tutte le pulizie e i lavori non urgenti. 

Cercate di dormire il più possibile... Dormite, invece ci pensare alla roba da stirare! Ci penserà qualcun altro, oppure... Avrete la scusa pronta per andare a fare shopping. 

Fate in modo che il papà impari a fare il bagnetto al bimbo, a cambiargli il pannolino, a vestirlo, e cercate di ritagliarvi anche solo un'oretta per voi ogni giorno, per guardare un film, cucinare insieme... Magari quando il bimbo dorme o chiedendo ai nonni di guardarlo. Non c'è niente di male, anzi! 

E, soprattutto, guardatevi dentro. Se capite che c'è qualcosa di veramente serio che non va, se quella insopportabile malinconia non passa, se non riuscite ad occuparvi di vostro figlio, chiedete l'aiuto di un professionista che ha già esperienza con la depressione post parto.  

Non importa cosa pensa il vostro compagno, i vostri genitori, le persone attorno a voi: non meritate di stare male, e il vostro bambino non merita di avere una mamma che non è in grado di accudirlo. 

In un mondo dove tutti cercano sempre di mostrarsi forti, super, multitasking, non si parla mai di chi sta male, di chi “non ce la fa”, di chi è stanco... Ma, ve lo assicuro, le difficoltà sono la normalità. I supereroi e le wondermom esistono solo nella fantasia. E i tabù non aiutano nessuno.

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